





VIVERE LA VITA TERRENA CON LE BEATITUDINI NELLA PROSPETTIVA DI QUELLA CELESTE.
1 FEBBRAIO - IV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (A)
VIVERE LA VITA TERRENA CON LE BEATITUDINI NELLA PROSPETTIVA DI QUELLA CELESTE.
, giorno del Signore, ci raduniamo per esprimere la nostra adorazione, il ringraziamento e la lode a Dio e per celebrare il banchetto in cui il Signore si dona con il suo Corpo e il suo Sangue, in cibo di comunione con lui e tra noi. Tutto questo non deve essere vissuto con segni solo esteriori ma viverlo con l’intimo del cuore e con tutta l’anima. Deve essere anche un impegno di amare i fratelli nella realtà di Cristo, che dona la sua vita per noi, e ci insegna a fare altrettanto per i fratelli.
Nella Colletta iniziale preghiamo dicendo: « O Dio, che hai promesso ai poveri e agli umili la gioia del tuo regno, dona alla tua Chiesa di seguire con fiducia il suo Maestro e Signore sulla via delle beatitudini evangeliche. Egli è Dio, e vive e regna con te… ».
Prima Lettura: Sof 2,3; 3,12-13.
Il profeta Sofonia esorta tutti i poveri della terra a cercare il Signore, ad eseguire i suoi ordini, cercando la giustizia, l’umiltà, per essere « trovati nel giorno dell’ira del Signore al riparo ». Nel suo popolo il Signore lascerà un « resto » che sarà un popolo umile e povero, che confiderà nel suo nome, non opererà iniquità e non profetizzerà menzogne, la sua lingua non sarà fraudolenta e potrà vivere tranquillo senza che nessuno lo molesti. Gli umili e i poveri che confidano nel Signore troveranno in lui rifugio, perché il Signore rende giustizia agli oppressi, dà il pane agli affamati e libera i prigionieri; ri- dona la vista a chi è cieco, rialza chi è caduto, ama i giusti e protegge i fore- stieri; sostiene l’orfano e la vedova, sconvolge le vie dei malvagi perché egli dura per sempre di generazione e generazione, come ci fa riflettere il Salmo 145 che la liturgia della Parola oggi ci fa pregare.
Seconda Lettura: 1 Cor 1,26-31.
San Paolo, scrivendo ai Corinti, ricorda di considerare la chiamata che Dio ha fatto loro e che tra essi non ci sono molti sapienti, dal punto di vista umano, né molti potenti, né molti nobili. Dio infatti ha scelto quello che è stolto per il mondo per confondere i potenti e quello che è debole per confondere i forti; quello che è ignobile, disprezzato e nulla lo ha scelto per ridurre al nulla le cose che sono, cosicché nessuno può vantarsi di fronte a Dio per ciò che da lui, con lui e per lui viene realizzato. Continua dicendo che è grazie a Dio che si è in Cristo Gesù, il quale per opera di Dio è diventato per i credenti sapienza, giustizia, santificazione e redenzione. Così chi vuol vantarsi, si vanti nel Signore. Davanti al giudizio di Dio la potenza, la nobiltà, la cultura, la sapienza del mondo, a nulla valgono per la nostra salvezza, se non sono vissute secondo la modalità e la logica di Dio Padre e di Gesù Cristo, suo Figlio, che è venuto nella nullità della carne e nell’obbedienza della croce per realizzare la salvezza dell’uomo. Nessuno può quindi vantarsi di qualche proprio merito e tutti siamo racchiusi nella misericordia di Dio. Egli ha redento il mondo per mezzo del sacrificio del Figlio sulla croce, ritenuta stoltezza, debolezza e ignobile dalla mentalità del mondo. Dalla povertà di Cristo, che da ricco che era nella condizione divina si è fatto povero per noi, e dalla sua umiltà, essendosi umiliato, l’uomo è stato redento. Davanti a tanto esempio le nostre pretese o vanità perdono certamente la loro valenza mondana.
Vangelo: Mt 5,1-12.
Le beatitudini che Gesù proclama sono un cammino opposto alla logica e alla mentalità del mondo. Solitamente il mondo considera beati coloro che sono ricchi nella materialità dei beni e non hanno problemi di sorta, coloro che godono sulla terra e fanno valere i propri diritti con astuzia e sotterfugi o con prepotenza. Gesù esalta la povertà e il distacco dai beni terreni, riportandoli al loro giusto valore di mezzo, da utilizzarsi non egoisticamente solo per sé ma a servizio dei fratelli; la mitezza che conquista i cuori e bandisce ogni forma di violenza e sopraffazione, la misericordia nel perdonare anche ai propri nemici e a eventuali persecutori a motivo della fede, la sete di giustizia di cui si sarà saziati, la pazienza nelle sofferenze e nel pianto in cui si sarà consolati, la purezza e la limpidezza del cuore per cui si vedrà facilmente Dio, l’essere operatori di pace per potersi chiamare ed essere figli di Dio, il sopportare persecuzione o ogni forma di male per causa di Cristo e ralle- grarsene perché grande sarà la ricompensa nei cieli. Il credere e realizzare questo capovolgimento di mentalità richiede coraggio e vi si riesce se si è motivati da una forte e costante fede e dall’abbandono nelle mani del Signore. Il percorrere questa strada evangelica fa sperimentare fin da questa terra la beatitudine, la serenità, la gioia e la pace, che certamente saranno pienamente date nella visione beata del regno dei cieli.
DOMANI, 2 FEBBRAIO, FESTA DELLA PRESENTAZIONE AL TEMPIO DI GESU’
(LA CANDELORA), LA SANTA MESSA SARA’ CELEBRATA ALLE ORE 18.00
CRISTO, LUCE CHE SPLENDE NELLE TENEBRE|
25 GENNAIO – III DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO.(Anno A).
Cristo, luce che risplende nelle tenebre.
Dalla Galilea Gesù inizia la sua predicazione e la conclude inviando i suoi discepoli perché annunzino in tutto il mondo la Buona Novella. Nella Galilea dei gentili inizia a risplendere la luce di Cristo. Egli inizia solennemente il suo ministero dicendo: « Convertitevi , perché il regno dei cieli è vicino », così come aveva fatto Giovanni al Giordano, che chiamava i giudei a conversione e come faranno gli apostoli continuando l’opera di Gesù. Se vi è continuità tra l’annunzio di Giovanni e quello della Chiesa, vi è differenza tra i due: il primo precorre, il secondo è in continuazione con quello di Cristo.
Giovanni svolge la sua predicazione nel deserto della Giudea, in austerità e pratica un battesimo di penitenza e di conversione; Gesù, nella Galilea pone l’accento sulla conversione in vista del regno dei cieli che è vicino.
La Galilea, terra di facile occupazione straniera, abitata da popoli diversi e con diverse religioni, ebrei, ebrei ellenizzanti, pagani, è una terra che ha sperimentato l’impurità e l’idolatria secondo il giudaismo ortodosso; terra simbolica, rappresentativa della vita dell’intera umanità, fatta di fedeltà e infedeltà, peccato e santità, amore e egoismo, grandezza e miseria. In questa terra, le cui genti « abitano nelle tenebre in regione e ombra di morte » inizia a risplendere la luce e l’opera di Cristo e anche da qui ha inizio il ministero della Chiesa, mandata da lui a predicare la salvezza a tutti i popoli (Mt 28,10; Natanaele si domandava, avendo sentito dire a due discepoli di aver incontrato il Messia, Gesù di Nazaret di Galilea, come anche si domandavano i Giudei: “ Da Nazaret può venire qualcosa di buono?”. Da qui può aver avuto inizio l’annunzio della Chiesa di Cristo, si chiedeva la mentalità giudaica? Invece, da questa terra disprezzata ha inizio il cammino della salvezza.
Gesù annunzia il regno di Dio: una regalità, quella che annunzia, fatta di misericordia, di salvezza e di speranza per l’umanità, perché Dio ama gli uomini e nel suo Figlio, che incarna questa regalità con le sue parole, i suoi gesti, la sua morte e risurrezione, raggiunge tutti gli uomini e li salva. La luce che Gesù porta con il suo Vangelo dona gioia e toglie, a chi vive tristemente, la mestizia. Il regno di Dio, annunziato, realizzato da Gesù e continuato dalla predicazione apostolica, deve tenere uniti i credenti in Cristo e non renderli divisi, come erano i Corinzi, a cui Paolo rimproverava la loro immaturità di fede. Purtroppo, nella Chiesa, sempre c’è stato e c’è il pericolo di divisioni, quando si perde di vista il centro della nostra identità di cristiani che è Cristo e non questo o quell’altro credente.
Riscoprire la centralità di Cristo e la gioia di partecipare alla realizzazione del regno di Dio ci fa rivivere nella nostra esistenza l’esperienza degli apostoli, che da pescatori, avendo incontrato Cristo, hanno lasciato tutto per seguirlo. Anche nel quotidiano della nostra vita, spesso grigia e annoiata, Cristo passa e ci chiama a seguirlo.
Andare dietro a Gesù, subito, come gli apostoli, significa cogliere l’urgenza del Regno e la necessità di una risposta che ci coinvolga per e con tutta la nostra vita.
Incontrato Cristo, come gli apostoli, è necessario mettere in atto una profonda conoscenza e relazione di intimità con lui, lasciandoci trasformare nella nostra esistenza, cosicché possiamo dire con Paolo che non siamo più noi che viviamo, ma è Cristo che vive in noi.
La domenica, giorno in cui si rinnova la gioia della Chiesa, essa ritrova il dono di Dio « sorgente inesauribile di vita nuova », cioè il Corpo e Sangue di Cristo. Anche l’uomo presenta una sua offerta, che è poi sempre grazia divina: sono il pane e il vino, che lo Spirito Santo consacra con la sua potenza divenendo « sacramento di salvezza ». Quando prendiamo parte al convito eucaristico la gioia del dono di Dio diventa in noi perfetta e, ricevuto il sacramento, quando lo traduciamo nella vita diventa allora « un segno di salvezza e di speranza », un’attuazione del regno di Dio nella nostra vita quotidiana.
Nella Colletta iniziale dell’Eucaristia preghiamo dicendo: « O Dio, che hai fondato la tua Chiesa sulla fede degli Apostoli, fa’ che le nostre comunità, illuminate dalla tua parola e unite nel vincolo del tuo amore, diventino segno di salvezza e di speranza per tutti coloro che dalle tenebre anelano alla luce ».
Prima Lettura : Is 8, 23-9,3.
Il profeta annunzia la liberazione e la gioia per la Galilea. Quello che Isaia ha preannunziato si è compiutamente avverato perché, non più su una sola regione, per un solo popolo ma su tutto il mondo, una grande luce hanno visto « coloro che abitavano in terra tenebrosa », immersi tutti nelle tenebre del peccato e schiavi sotto lo spirito del male: il mondo intero è stato liberato con la venuta di Gesù. Così anche noi, quando torniamo gioiosamente nella grazia del Signore, veniamo liberati dal peccato per il perdono di Dio, manifestatoci un Cristo, suo Figlio.
Seconda Lettura: 1 Cor 1,10-13.17.
Per la divisione dei fedeli della Chiesa di Corinto, poiché alcuni si richiamavano a Paolo, altri ad Apollo, e altri ancora a Pietro, l’apostolo sottolinea, forte della sua autorità e con fermezza, quanto siano assurde quelle divisioni e quelle discordie. Egli fa osservare innanzitutto, che Cristo è uno per tutti e poi, che non Paolo, Apollo, Pietro si sono sacrificati sulla croce, ma solo Cristo è stato crocifisso per tutti. Da ciò deriva che i cristiani, quindi, devono vivere « in perfetta unione di pensiero e di sentire ». Questa esortazione deve essere sempre tenuta presente nell’attualità di vita della Chiesa e delle varie comunità. Se pur ci sono sempre motivi di attrito e, spesso, le comunità cristiane vivono aspre lotte e contese, con grande scandalo per quelli che sono lontani dalla Chiesa, la ricerca e l’attuazione della comunione cristiana, sotto la guida della « luce di Gesù », deve essere sempre perseguita con costanza e perseveranza, per rendere credibile al mondo la fede e l’amore per Cristo Signore, Dobbiamo preferire il silenzio, il ritiro, piuttosto che incentivare queste divisioni che rendono esausta una comunità cristiana. La celebrazione ecumenica della settimana di preghiera per l’unità dei cristiani, che fino a ieri abbiamo celebrato, deve invogliare tutti i credenti nel Signore Gesù a perseguire, con spirito evangelico, la ricerca e l’attuazione dell’unità della Chiesa.
Vangelo : Mt 4,12-23.
L’Evangelista Matteo, riportando la profezia della prima lettura sulla luce che risplende dalla Galilea, ne vede la realizzazione nel ritorno, nel soggiorno in quella regione di Gesù: così, iniziando la sua opera messianica, la vera luce, la redenzione, la gioia diventano realtà.
In Galilea incomincia la predicazione della « buona novella », il Vangelo, annunzio che infonde gioia nel cuore; dalla Galilea Gesù incomincia a compiere i segni che rendono visibile il regno di Dio, che è poi Gesù stesso.
Dalla Galilea Gesù inizia a chiamare i primi discepoli intorno a sé: Pietro, Giacomo, Giovanni, pescatori che dal mare di Galilea verranno inviati nel mondo intero, per essere pescatori di uomini.
L’Evangelista Matteo puntualizza la prontezza con cui i primo discepoli rispondono alla chiamata. Se il Signore chiama non si devono accampare scuse o ammettere ritardi.
RIGENERATI NEL BATTESIMO FORMIAMO IL POPOLO DELLA NUOVA ALLEANZA
18 GENNAIO – 2° DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO(Anno A)
RIGENERATI NEL BATTESIMO FORMIAMO IL POPOLO DELLA NUOVA ALLEANZA
Ci raccogliamo nel giorno del Signore per celebrare « il memoriale del Sacrificio » di Cristo. Non si tratta di un ricordo vago, di un simbolo, che tocchi e impressioni solo il nostro animo. E’ detto nell’orazione sulle offerte che alla celebrazione del memoriale « si compie l’opera della nostra redenzione ». Essa non è tramontata ma è presente nella verità del Corpo e del Sangue di Cristo, che divengono convito della Chiesa, il popolo della nuova alleanza. Particolarmente di domenica incontriamo Cristo nella liturgia e nei fratelli, e così è confermata la grazia del Battesimo, col dono dello Spirito ed è riascoltata, con cuore disponibile, la Parola di Dio. Per questo si riaccende la nostra carità reciproca. Dopo la comunione chiediamo al Signore che « nutriti con l’unico pane di vita, formiamo un cuor solo e un’anima sola ».
Nella Colletta iniziale ci rivolgiamo a Dio dicendo:« O Padre, che per mezzo di Cristo , Agnello pasquale e luce delle genti, chiami tutti gli uomini a formare il popolo della nuova alleanza, conferma in noi la grazia del Battesimo, perché con la forza del tuo Spirito, proclamiamo il lieto annunzio del Vangelo. Per il nostro Signore Gesù Cristo… ».
Dio ci chiama ad essere testimoni.
Giovanni il Battista, con la sua predicazione e il suo ministero, ci invita a vivere la testimonianza del Signore: dobbiamo lasciare spazio a Cristo e non fare di noi l’oggetto del nostro testimoniare. Gesù è nato, ora spetta a noi che egli si incarni e cresca nella nostra vita.
Oggi siamo introdotti, ponendo l’attenzione su Giovanni, nella esperienza della fede, poiché egli, più che il Battista, è il testimone che annuncia il Messia, già presente tra gli uomini, l’Agnello di Dio che toglie i peccati del mondo, il Figlio di Dio su cui ha visto discendere e rimanere lo Spirito di Dio, Colui che avrebbe battezzato nello Spirito Santo. Così egli indirizza chi ascolta la sua predicazione a Gesù. Giovanni, oggi, ci offre la sua testimonianza cristologica, invitando anche noi a fare il nostro cammino di fede.
L’indicazione di Gesù come l’ « Agnello di Dio » , ci rimanda all’agnello pasquale dell’Esodo e all’agnello del profeta Isaia del cantico dedicato al Servo del Signore. Gesù, offrendo se stesso, nella Pasqua definitiva della sua passione, morte e risurrezione, realizza la salvezza per tutti gli uomini, liberandoli dalla schiavitù del peccato: Cristo ha assunto su di sé la pena del peccato e ne ha vinto anche le conseguenze, cioè la morte. Gesù è venuto a liberarci, oltre che dai nostri concreti peccati, soprattutto dalla condizione di peccaminosità, dal rifiuto e ostilità del mondo verso Dio: questo è il peccato principale, origine degli altri peccati, cioè la non-fede.
Giovanni, ancora, proclamando Gesù « Figlio di Dio », esprime il vertice più alto della sua testimonianza riguardo alla identità, alla comunione e all’intimità del Cristo con il Padre, che nel battesimo lo ha manifestato come « il Figlio amato, in cui ha posto il suo compiacimento ».
Relazione tra Giovanni e Gesù.
Giovanni, come precursore, precede Gesù nel tempo, ma è cosciente che dopo di lui deve venire uno che è avanti a lui, perché è prima di lui. E mentre il battesimo di Giovanni annunzia la salvezza, solo quello che darà Gesù, nell’acqua e nello Spirito, la realizza, perché rimette i peccati e opera la santificazione, trasformando l’uomo nel profondo.
Prima Lettura: Is 49,3.5-6.
Isaia preannunzia che su Israele, servo del Signore, plasmato fin dal seno materno, si manifesterà la sua gloria, per ricondurre Giacobbe e riunire Israele e ancora, oltre che restaurare le tribù di Giacobbe, lo avrebbe costituito « luce delle nazioni » per portare la salvezza divina fino all’estremità della terra. Quando Gesù verrà realizzerà perfettamente questa realtà, poiché egli brillerà come « Luce vera », splendore che illumina le genti e sarà di redenzione per tutti gli uomini. Sarà, come dice il vecchio Simeone, avendo tra le braccia il bambino Gesù: « luce per illuminare le genti e gloria del tuo popolo Israele ».
Seconda Lettura: 1 Cor 1,1-3.
Alla Chiesa di Corinto, comunità di coloro che, redenti e credenti in Cristo, sono santificati dal Battesimo e che sono « santi per chiamata, insieme atutti quelli che invocano il nome del Signore Gesù », Paolo augura grazia e pace da parte di Dio Padre e di Gesù.
Quanta stima dimostra san Paolo per i fedeli delle sue Chiese! Li chiama santi, perché santificati da Gesù, purificati dalla colpa e ricolmati di Spirito Santo. Bisogna essere coerenti verso questo dono che Dio fa a chi si lascia coinvolgere nel mistero della salvezza attraverso un comportamento degno della santità ricevuta, facendo crescere così in sé la potenza di questo dono di grazia.
Dall’apostolo impariamo, ancora, un’altra cosa: siamo chiamati a rispettare e venerare i nostri fratelli e tutti quelli che fanno parte della comunità della Chiesa e della nostra famiglia ecclesiale, per il dono di grazia che il Signore ha loro donato.
Vangelo: Gv 1, 29-34.
Giovanni, mentre battezza nel Giordano, vedendo venire verso di lui Gesù, su cui aveva contemplato lo Spirito di Dio discendere e rimanere in lui, lo indica agli astanti come l’« Agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo ». Già in queste parole di Giovanni viene preannunziata l’immolazione del Signore, nuovo e vero Agnello pasquale, che laverà le colpe degli uomini nel suo sangue. Così Giovanni riconosce in Gesù colui di cui aveva detto: « Dopo di me viene un uomo che è avanti a me, perché era prima di me », rendendolo manifesto a Israele. Egli, avendo « contemplato lo Spirito discendere come una colomba dal cielo e rimanere su di lui », testimonia che Gesù è il Figlio di Dio e non solo uomo, indicato da chi lo aveva inviato a battezzare con l’acqua e che gli aveva detto: « Colui sul quale vedrai discendere e rimanere lo Spirito, è lui che battezza nello Spirito Santo ».Se gli uomini fossero: « solo lavati con l’acqua, o anche se solo ci fosse un pentimento nostro, ciò non basterebbe per essere purificati dal peccato ed essere figli di Dio.. Invece nell’acqua riceviamo veramente lo Spirito Santo che inibita in noi » ( Mess. Di ogni giorno.Ed. Citta Nuova, Vatic. Jaca Book.)
DAL 18 AL 25 GENNAIO PREGHIAMO PER L'UNITÀ DEI CRISTIANI
« QUESTI È IL FIGLIO MIO, L'AMATO »
11 GENNAIO – BATTESIMO DI GESÙ– Anno A
« QUESTI È IL FIGLIO MIO, L'AMATO »
Tra i misteri della vita di Cristo il Battesimo riveste un’importanza singolare e per questo la liturgia lo commemora con solennità.
Con questa celebrazione si conclude il tempo del Natale pur meditandosi un momento della vita adulta di Gesù. E se da una parte continuiamo a riflettere sul mistero dell’incarnazione, dall’altra iniziamo a ripensare la vita adulta di Gesù e la sua missione.
Nel Battesimo la voce del Padre manifesta, in una nuova epifania, e riconosce in Gesù il Figlio amato, il Messia inviato ai poveri e, con lo Spirito che si posa su di lui, lo consacra sacerdote, profeta e re.
Un tempo la liturgia celebrava in un unico momento l’adorazione dei Magi, il miracolo di Cana e il Battesimo al Giordano, avendo questi tre eventi, in vario modo, come contenuto la manifesta-zione di Gesù.
In questa manifestazione che il Padre fa del Figlio, Gesù manifesta la sua solidarietà, iniziata con l’incarnazione, con l’umanità.
Siano così introdotti nel mistero di Gesù: vero uomo, che porta su di sé i peccati del mondo e venuto per salvarci, vero Dio, che ci libera dalla colpa, dandoci lo Spirito e rendendoci figli di Dio, rigenerati nel lavacro e « interiormente rinnovati a sua immagine ». Dono dello Spirito Santo e figliolanza divina: sono i doni del Battesimo cristiano, che oggi particolarmente richiamiamo alla memoria.
Nella colletta iniziale preghiamo dicendo: « Padre santo, che nel battesimo del tuo amato Figlio hai manifestato la tua bontà per gli uomini, concedi a coloro che sono stati rigenerati nell’acqua e nello Spirito di vivere con pietà e giustizia in questo mondo per ricevere in eredità la vita eterna. Per il nostro Signore Gesù Cristo….. ».
Prima Lettura: Is 42,1-4.6-7.
Il Messia, « Servo di Dio », sarà mediatore di salvezza con la sua obbedienza e umiltà, e con le sue opere di misericordia realizzerà gesti come aprire gli occhi ai ciechi, liberare i carcerati, sarà « luce delle nazioni » e « alleanza del popolo ». Già dopo il suo Battesimo, Gesù invera la profezia di questo « Servo di Dio », dichiarando nella sinagoga si Nazaret, dopo aver letto la profezia di Isaia, che questa Scrittura si stava adempiendo: il Battesimo al Giordano è atto di docilità, di umiltà e di compassione per noi
Seconda Lettura: At 10,34-38.
Nel suo Battesimo Gesù inizia il suo cammino di salvezza per tutti gli uomini: « Dio non fa preferenze di persone » - predica san Pietro - : Gesù Cristo è il « Signore di tutti ». E infatti a tutti gli uomini è destinata la buona novella della « pace », e perciò il Vangelo e i sacramenti, di cui il primo è il Battesimo. Può essere un proposito in consonanza con la festa di oggi quello di voler bene a tutti, senza preferenze che ledono la carità, che turbano lo stare insieme.
Vangelo : Mt 3,13-17.
Giovanni, predicando un battesimo di penitenza e di conversione, preparava l’avvento de Messia, indicato come colui che doveva venire. Così Gesu, il giusto, unendosi con gli ingiusti, si reca al Giordano dove c’è Giovanni che battezza. Questi, al vederlo, si ribella alla domanda di Gesù di voler ricevere da lui il Battesimo, perché, riconoscendo in Gesù colui che « è più forte di lui », di cui non era « degno di sciogliergli il legaccio dei sandali » e a cui aveva dedicato tutta la sua opera di preparazione, implicitamente afferma che la salvezza da lui annunziata e che ha atteso, lui non è in grado di realizzarla.
Ma Gesù risponde : « Lascia fare per ora, perché conviene che adempiamo ogni giustizia ». Giovanni, davanti al mistero dell’umiltà di Gesù, del suo servizio, della sua azione che purifica ogni peccato dell’uomo, acconsente a compiere il gesto. Dopo il battesimo, Giovanni, che ha visto lo Spirito scen-dere su Gesù e ha udito la voce del Padre, che lo manifestava il Figlio prediletto, vedendolo venirgli incontro, lo addita come l’ « agnello di Dio che toglie i peccati del mondo », venuto per realizzare la giustizia di Dio, attraverso, come testimonieranno gli apostoli, la sua morte e la risurrezione, poiché « Chiunque crede in lui riceve il perdono dei peccati per mezzo del suo sangue » (At 10,43).
Così, con la celebrazione del Battesimo del Signore, termina il tempo della preparazione e inizia il tempo della missione di salvezza di Gesù.
Quello di Gesù è dunque un esempio che si contrappone alle nostre pretese sovente orgogliose dettate dalla superbia. Gesù si mette all’ultimo posto, gravato anche dai nostri peccati.
Dal «Commento su san Giovanni» di san Cirillo d’Alessandria, vescovo
(Lib. 5, cap. 2; PG 73, 751-754)
L’effusione dello Spirito Santo su tutti gli uomini
Quando colui che aveva dato vita all’universo decise, con un’opera veramente mirabile, di ricapitolare in Cristo tutte le cose e volle ricondurre la natura dell’uomo alla sua condizione primitiva di dignità, rivelò che gli avrebbe concesso in seguito, tra gli altri doni, anche lo Spirito Santo; non era infatti possibile che l’uomo tornasse altrimenti ad un possesso duraturo dei beni ricevuti.
Stabilisce dunque Dio il tempo della discesa in noi dello Spirito, ed è il tempo della venuta del Cristo, che egli ci annunzia dicendo: In quei giorni, cioè nel tempo del Salvatore nostro, io effonderò il mio Spirito su ogni creatura (cfr. Gl 3, 1).
Quando dunque l’ora della splendida misericordia di Dio portò sulla terra tra noi il Figlio Unigenito nella natura umana, cioè un uomo nato da una donna secondo la predizione delle Sacre Scritture, colui che è Dio e Padre concesse di nuovo lo Spirito e lo ricevette per primo il Cristo, come primizia della natura umana totalmente rinnovata. Lo attesta Giovanni quando dichiara: «Ho visto lo Spirito scendere dal cielo e posarsi sopra di lui» (Gv 1, 32).
Cristo ricevette lo Spirito in quanto uomo e in quanto era conveniente per un uomo il riceverlo. Il Figlio di Dio, che fu generato dal Padre rimanendo a lui consostanziale e che esiste prima della sua nascita umana, anzi assolutamente prima del tempo, non si ritiene offeso che il Padre, dopo la sua nascita nella natura umana, gli dica: «Tu sei mio figlio, oggi ti ho generato» (Sal 2, 7).
Il Padre afferma che colui che è Dio prima del tempo e da lui generato, viene generato oggi, volendo significare che nel Cristo accoglieva noi come suoi figli adottivi. Il Cristo infatti, poiché si è fatto uomo, ha assunto in sé tutta la natura umana. Il Padre ha il suo proprio Spirito e lo dà di nuovo al Figlio, perché anche noi lo riceviamo da lui come ricchezza e fonte di bene.
Per questo motivo egli ha voluto condividere la discendenza di Abramo, come si dice nella Scrittura, e in tutto si è fatto simile a noi suoi fratelli.
L’Unigenito Figlio non accoglie dunque per se stesso lo Spirito; infatti lo Spirito è lo Spirito del Figlio, ed è in lui, e viene dato per lui, come abbiamo già detto: ma poiché, fattosi uomo, il Figlio ebbe in sé tutta la natura umana, ha ricevuto lo Spirito per rinnovare l’uomo completamente e riportarlo alla sua prima grandezza.
Usando dunque la saggezza della ragione e appoggiandoci alle parole della Sacra Scrittura, comprendiamo che Cristo ebbe lo Spirito non per se stesso, ma per noi; ogni bene, infatti, viene a noi per mezzo di lui.








