





PREPARARSI ALL'INCONTRO CON IL SIGNORE,TENENDO LA FEDE, LA SPERANZA E LA CARITÀ . ACCESES
8 NOVEMBRE – XXXII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO.
76ª GIORNATA DEL RINGRAZIAMENTO
Prepararsi all’incontro con il Signore.
La celebrazione della passione gloriosa del Signore, Figlio di Dio, non è un avvenimento del passato, ma è reso presente dall’azione dello Spirito e noi, partecipandovi con fede, ne veniamo coinvolti. Assumendo con impegno il Corpo e Sangue di Cristo, che si è offerto per la nostra salvezza, noi impariamo a donarci per la salvezza dell’umanità. Alla passione del Signore è seguita la sua gloriosa risurrezione per cui, con l’Eucaristia che noi celebriamo, viene alimentata la speranza della gloria futura. Ma dobbiamo vivere nella vigilanza tale attesa, così da essere trovati, alla venuta del Signore, pronti per entrare, come le vergini prudenti, con lui nel banchetto celeste.
Nella preghiera iniziale diciamo: « O Dio, voce che ridesta il cuore, nella lunga attesa dell’incontro con Cristo tuo Figlio fa’ che non venga a mancare l’olio delle nostre lampade, perché, quando egli verrà , siamo pronti a corrergli incontro per entrare con lui alla festa nuziale. Egli è Dio e vive e regna con te. … ».
Prima Lettura: Sap 6,12-16
In questa prima lettura sono delineate alcune caratteristiche della sapienza: essa è splendida, si lascia vedere da coloro che la amano, trovare da coloro che la cercano e previene coloro che la desidera facendosi conoscere.
« Chi si alza di buon mattino per cercarla non si affaticherà, la troverà seduta alla sua porta ». Riflettere su di essa significa acquisire un’intelligenza perfetta e sarà senza affanni chi veglia a causa sua; lei stessa va in cerca di coloro che sono degni di lei, apparendo loro benevola in ogni circostanza.
Cosa è la sapienza ci potremmo chiedere? E’ la Parola di Dio, la sua legge, il suo spirito. Bisogna allora cercarla, desiderarla, amarla. La si trova se la si chiede a Dio e se ci si rende degni di lei. Cristo Gesù, la Sapienza increata, generata dall’eternità, il Verbo di Dio del prologo del Vangelo di Giovanni è Colui che l’uomo dovrebbe ricercare, accogliere, amare e ispirarsi continuamente a lui, perché « il Verbo si è fatto carne e venne ad abitare in mezzo a noi…. E noi dalla sua pienezza abbiamo ricevuto: grazia su grazia » (Gv 1,14.16).
Seconda Lettura: 1Ts4,13-18
San Paolo, scrivendo ai Tessalonicesi per istruirli a proposito di coloro che sono morti, li esorta a non essere tristi come coloro che non hanno speranza, perché se i discepoli di Cristo credono che Gesù è morto e risorto, Dio, per mezzo di Gesù, li radunerà rendendoli partecipi della sua resurrezione.
Per confortarli davanti alla realtà della morte, continua, ancora, dicendo che, alla venuta del Signore, coloro che sono ancora in vita non avranno alcuna precedenza su quelli che sono morti: quando il Signore si manifesterà, prima risorgeranno tutti i morti in Cristo e, quindi, anche coloro che saranno ancora in vita verranno rapiti insieme con loro per andare incontro al Signore e così essere sempre con lui. Per l’apostolo quello che importa è credere nel Signore risorto dai morti, causa e fondamento della risurrezione di tutti, per essere sempre con lui nella gloria e, come dice nella parabola del Giudizio universale, «nel regno preparato per loro fin dalla fondazione del mondo ». I discepoli del Signore allora vedono la morte nella prospettiva della resurrezione di Cristo, il quale è « causa e primizia » della risurrezione di tutti.
Vangelo: Mt 25,1-13.
Nella parabola del Vangelo di oggi delle vergini, che attendono lo sposo, Gesù riprende il tema dell’incontro che gli uomini vivranno alla venuta del Signore nella gloria. Nell’attesa dello sposo che tardava, dice Gesù, sia le cinque vergini prudenti che avevano preso dell’olio di riserva per le loro lampade, siale cinque vergini stolte che non avevano provveduto a prende- re dell’olio di riserva, si assopirono e si addormentarono. A mezzanotte, al grido: “Ecco lo sposo! Andategli incontro!”, tutte le vergini si destarono e prepararono le lampade. Le stolte, allora, dissero alle sagge: “ Dateci un po’ del vostro olio, perché le lampade si spengono”. Le sagge, avendo risposto che l’olio sarebbe venuto mancare ad entrambe, invitarono le stolte ad andare a comprarlo. Arrivando lo sposo, però, le vergini che erano pronte entrarono alla festa di nozze e la porta fu chiusa. Ritornando le altre vergini cominciarono a dire : “Signore, signore, aprici! ”. Ma fu loro risposto: “ In verità io vi dico: non vi conosco ”.E Gesù, concludendo la parabola, esorta gli uditori a vegliare ed essere preparati perché non si sa né il giorno né l’ora in cui ognuno dovrà incontrare il Signore. Non bisogna, allora, farsi sorprendere senza olio nella lampada, cioè senza la fede, la speranza, la carità se vogliamo partecipare al suo convito, che consiste nel vivere nell’intimità gioiosa con il Signore. Non dobbiamo farci trovare assopiti in comportamenti di calcoli imprudenti e insipienti, presi dalla tentazione di rimandare a domani l’impegno a vivere serenamente l’attesa del Signore, camminando nelle sue vie e vivendo la nostra fedeltà a lui.
SOLENNITÀ DI TUTTI I SANTI: TUTTI SIAMO CHIAMATI ALLA SANTITÀ.
1 NOVEMBRE – SOLENNITÀ DI TUTTI I SANTI
La festa di tutti i santi si è diffusa nell’Europa latina nel secoli VIII-IX. Si iniziò a celebrare la festa di tutti i santi, anche a Roma, fin dal secolo IX.
Un’unica festa per tutti i Santi, ossia la Chiesa gloriosa, intimamente unita alla Chiesa ancora pellegrinante e sofferente. Oggi è una festa di speranza: « l’assemblea festosa dei nostri fratelli » rappresenta la parte eletta e sicuramente riuscita del popolo di Dio; ci richiama al nostro fine e alla nostra vocazione vera: la santità, cui tutti siamo chiamati non attraverso opere straordinarie, ma con il compimento fedele della grazia del battesimo.
I Santi ci sono « amici e modelli di vita » ci dice san Bernardo enoi dobbiamo desidera di raggiungere la loro compagnia, poi ci attendono e desiderano la nostra salvezza: la loro preziosa presenza ci protegge e ci incoraggia.
Siamo chiamati ad una pienezza di vita.
Nella vita di ogni giorno ci accorgiamo della fragilità, dei momenti di insuccesso, delle negatività che costellano la nostra vita, dei nostri limiti: tutte queste cose ci fanno sembrare la vita non riuscita.
Ma allora cosa rende questa vita riuscita? Siamo o possiamo essere migliori di quello che pensiamo di essere? Dobbiamo rassegnarci ai nostri fallimenti, ai difetti e ai vuoti della nostra esistenza? Possiamo sperare in una vita migliore per noi e per tutti solo per questa terra o possiamo pensare e credere che, al di là di tutto questo, ci attende una esistenza in cui si trovano tutti coloro che oggi celebriamo: cioè i Santi, sia coloro che onoriamo nel calendario e sia quelli che hanno vissuto la loro esistenza nella fedeltà al Signore, in cui hanno creduto, pur nel nascondimento e con una testimonianza silenziosa?
Siamo chiamati ad una pienezza di vita.
Il punto centrale della fede cristiana sta nella certezza di fede che la nostra vita e la sua riuscita dipendono da Dio. In varie esperienze religiose si pensa che si possa giungere ad una , se pur imprecisata, pienezza di vita e di pace attraverso un cammino di ascesi e di meditazione.
In alcune concezioni filosofiche di vita si pensa che attraverso uno sforzo di perfezione etica, che gli uomini possono imporsi, individualmente o comunitariamente, è possibile raggiungere una pienezza di vita, almeno nel cammino finale dell’umanità. Si pensa poi, ancora, da parte di altri, che le negatività dell’esistenza possono superarsi con la rassegnazione e che in ultimo arriverà il premio e la consolazione.
Nella religione ebraica, fondata sulla alleanza tra Dio e il popolo, Dio è colui davanti al quale si prova timore, riverenza e rispetto. Dio stesso comunica all’uomo la santità, chiedendogli di essere santo perché Lui è santo. E si raggiunge la santità con l’osservanza della Legge e le pratiche di purificazione e di religione, ma che spesso, come rimproverava Gesù al suo tempo ai farisei, erano vissute con mediocrità e esteriorità. Nella predicazione profetica veniva inculcato il convincimento che la santità e la riuscita della vita sarebbero state donate da Dio. Con la venuta di Gesù, che porta lo Spirito di santità e lo comunica con la sua morte in croce, gli uomini che ha redenti vengono santificati. Ma con tutto il suo agire, con la sua parola egli manifestò la santità e la pienezza di vita: perdonò i peccati, guarì i malati e donò se stesso, amandoli fino alla fine. Egli, il Signore, il Santo e il giusto, invitò gli uomini ad essere santi come è santo il Padre dei cieli, e così partecipare pienamente alla vita divina, alla vita eterna che siamo chiamati a vivere in Lui. Poiché Dio è Santo, la pienezza di vita consiste nella santità donata da Dio, comunicata dallo Spirito nella morte e risurrezione del Cristo.
Chi sono i Santi che oggi onoriamo e ricordiamo?
San Paolo chiama « Santi di Dio » tutti coloro che battezzati e cresimati sono stati inseriti come membra del Corpo Mistico di Cristo. La nostra santità è una vocazione che non sempre viviamo pienamente per ora, ma siamo santi perché abbiamo la possibilità di vivere, con i doni e le qualità che Dio ha posto in noi, pienamente la comunione col Padre, attraverso il Figlio Gesù, nello Spirito del Padre e del Figlio.
Gesù nelle Beatitudini annuncia questo dono gratuito di Dio fatto a tutti, specialmente a coloro che non hanno nulla su cui possono contare ( poveri in spirito, afflitti, miti, ricercatori di pace e di giustizia ecc.). Dio è colui che è causa della nostra beatitudine e santità. Così, per dono suo, noi possiamo considerare la nostra vita riuscita, pur essendo, a volte, nella povertà, nelle sofferenze, nelle afflizioni e in ultimo anche nelle persecuzioni sofferte per il nome di Cristo.
Lungo la storia della Chiesa, in alcuni è riconosciuta una santità che può essere additata a modello per tutti, perché essi hanno dato disponibilità piena all’amore di Dio e alla dedizione ai poveri, sofferenti, emarginati. Questi sono ricordati nel calendario cristiano: quante madri di famiglia, persone consacrate a Dio nelle varie istituzioni, giovani e uomini di varie condizioni sociali, martiri per la fede, ecc.
Quando viene dichiarato « beato » o « santo » qualcuno, lo si fa per additarlo ad esempio e modello di vita per tutti coloro che sono in cammino di santità su questa terra. La vita di santità di questi fratelli è confermato esplicitamente dalla testimonianza concorde di coloro che li hanno conosciuti e sono stati raggiunti dalla loro luce di santità, attraverso segni, virtù, e miracoli che questi santi hanno impetrato da Dio.
Cammino di santità per tutti.
Come possiamo rispondere alla chiamata alla santità che Dio ci fa? Lasciandoci riempire e guidare dallo Spirito Santo attraverso la preghiera, i sacramenti e le opere di testimonianza nella carità, la giustizia, ecc.
Così Cristo, attraverso la sua morte e risurrezione, agisce in noi, nell’oggi della nostra vita, e ci santifica. Facendoci coinvolgere dall’iniziativa di Dio, vivendo i sacramenti, soprattutto l’Eucaristia, attuando le opere di misericordia verso i poveri, i sofferenti, gli ultimi, operando per la pace, la giustizia e la misericordia, vivendo con purità di cuore la nostra apertura a Dio e confidando in lui, nei momenti della persecuzione a causa della giustizia e del suo regno, noi operiamo nella fedeltà al Signore e viviamo un cammino fecondo di santità. Vivremo questo itinerario operando il bene, conducendo la nostra esistenza nella gioia, nella pace della coscienza e nella speranza che, nonostante tutto, Dio ci salverà; e se pur manca qualcosa alla nostra perfezione egli la colmerà e ci renderà conformi al suo Figlio, rendendoci santi come è santo lui. Il suo ultimo atto d’amore per noi sarà il sigillo definitivo alla nostra vita, che si concluderà con la nostra salvezza eterna.
Prima Lettura: Ap 7,2.4-9.14.
La moltitudine immensa che sta dinanzi all’Agnello in candide vesti e con la palma tra le mani rappresenta gli eletti, che, grazie al suo sangue, sono stati purificati e gli sono stati fedeli nella prova. Sono i battezzati, che portano il sigillo dell’appartenenza a Dio, ai quali nulla può fare del male.
Seconda Lettura: 1 Gv 3,1-3.
Partecipiamo alla gioiosa constatazione di san Giovanni: Dio ha avuto per noi un amore impensabile, al punto che non siamo solo di nome ma di fatto figli suoi. E lo siamo già d’adesso, in virtù della vita divina, la grazia, che ci unisce a lui, anche se al’’esterno ancora non appare tutta la nostra dignità, anche se portiamo ancora i segni del nostro legame alla terra, anche se non mancano limiti e sofferenze. Però siamo in attesa della manifestazione completa del nostro essere, quando si rivelerà e si attuerà la conformità completa a Dio e quindi a Cristo, e vedremo Dio non più attraverso il velo delle cose create, delle immagini e delle parole, ma viso a viso. Questo è già avvenuto per i santi, che oggi festeggiamo.
Vangelo: Mt 5,1-12.
Gesù promulga, come un nuovo Mosè, la Legge nuova, che si apre con le Beatitudini. Esse sono la situazione di gioia per quanti si dispongono nello spirito del Vangelo, e quindi fanno la scelta della povertà, della mitezza, della giustizia, della misericordia, della purezza, della pace e che, pur nella sofferenza, non cessano di sperare e di essere fedeli.
Le Beatitudini sono l’antitesi dello spirito del mondo, rovesciano le attese e le valutazioni terrene.
L' AMARE DIO E L'AMARE IL PROSSIMO È LA COMPLETEZZA DELLA VITA
25 OTTOBRE – XXX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO(A)
L’amore per Dio e l’amore per il prossimo, sono il binario su cui fare camminare la vita. È
Nell’ Eucaristia, banchetto eucaristico, con la fede noi crediamo che Cristo Gesù, nel pane e nel vino, si rende presente con il Corpo e Sangue: con l’effusione dello Spirito Santo invocato da parte del Padre e le parole di Gesù ci danno fondamento e assicurazione che nei segni eucaristici egli ci ha dato tutto se stesso realmente, Corpo, Sangue, anima e divinità. e non solo significativamente.
Gesù, sacerdote, che si dà come cibo e si offre sacrificando la sua vita per noi, ci manifesta la tenerezza dell’amore del Padre e il dono gratuito dell’amore che dobbiamo, a nostra volta, vivere secondo lo spirito del Signore.
Nell’Eucaristia, ancora, con la fede, possiamo sperimentare la misericordia del Padre che, nel suo Figlio Gesù, ci dona il perdono, ci riaccoglie con il figlio e alimenta così la nostra vita divina. Se non viviamo con questa fede la celebrazione domenicale sarebbe per noi senza efficacia e monotona, fatta di soli nostri gesti, e non attingeremmo al dono che il Padre celeste ci fa: quello di essere trasformati nel suo Figlio.
Nella Colletta iniziale di questa domenica preghiamo il Padre celeste, dicendo: « O Padre, che per amore continuamente crei e rinnovi il mondo, donaci la gioia di un cuore libero e pacificato, capace di amare te sopra ogni cosa e il prossimo come noi stessi ». Nella concretezza deve essere amato Dio e, allontanandoci dai vari idoli che ci forgiamo lungo la nostra vita, servire solo lui e il prossimo a cui, come ci dice il libro dell’Esodo nella prima lettura, dobbiamo manifestare l’amore con azioni concrete, con scelte e predilezioni che siano espressioni di fraternità e di condivisione.
Prima Lettura: Es 22,20-26.
Il Signore al suo popolo chiede di avere verso il forestiero, la vedova, l’orfano, l’ indigente atteggiamenti ispirati alla pietà e all’ aiuto verso il prossimo, verso cui non bisogna esercitare né oppressione di vario genere o maltrattamenti riducendo in schiavitù qualcuno, essendo tutti forestieri in questo mondo, né usura, imponendo interessi per un prestito o trattenendo pegni, come il mantello di un povero, poiché esso è l’unica coperta che usa per coprirsi la notte. Il Signore ascolta ogni grido che queste persone rivolgono a Lui. Bontà, attenzione verso i più deboli, guardarsi dallo sfruttare i più poveri e diseredati non approfittando di essi e della loro indigenza, difendere la loro dignità violata denunciando ogni forma di criminalità, è ciò che Dio desidera dal suo popolo e dai suoi figli.
Seconda Lettura: 1 Ts 1,5-10.
San Paolo, ricordando ai Tessalonicesi come egli si è comportato tra loro per il loro bene, li loda perché hanno cercato di imitarlo e, seguendo il suo esempio e quello del Signore, avendo ascoltato e accolto la Parola, pur tra tante prove, con la gioia dello Spirito Santo, sono diventati modello per i credenti della Macedonia e dell’Acaia. Per la loro fede e per loro mezzo, ricorda ancora ai Tessalonicesi, « la parola del Signore risuona non soltanto in Macedonia e nell’Acaia, ma la vostra fede in Dio si è diffusa dappertutto, tanto che non abbiamo bisogno di parlarne ». Infatti i nuovi credenti della Macedonia e dell’Acaia raccontano, scrive ancora Paolo,« come noi siamo venuti in mezzo a voi e come vi siete convertiti dagli idoli a Dio, per servire il Dio vivo e vero e attendere la venuta del suo Figlio, che egli ha risuscitato dai morti, Gesù, il quale ci libera dall’ira che viene».
Essi, così, convertendosi, hanno cambiato la loro vita e, credendo in Dio e alla sua Parola, servendolo e nutrendo la speranza di incontrare il Signore risorto, sono diventati modello e testimoni del Vangelo. Accogliere la Parola di Dio con gioia, anche in mezzo alle tribolazioni, ed esserne testimoni gioiosi non è sempre facile; allontanarsi dai tanti idoli, che ci andiamo costruendo (divertimenti ossessivi, attività e hobbies di vario genere…), per servire il Dio vivo e vero è certamente segno di una vera conversione al Signore.
Vangelo: Mt 22, 34-40.
Gesù, rispondendo ai farisei e ai dottori della legge mosaica, che gli chiedono quale è il più grande comandamento, risponde : « “Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente”» e vi aggiunge un secondo comandamento uguale al primo: « “ Amerai il prossimo tuo come te stesso” ». L’amore, dunque, per Gesù è la sintesi della Scrittura e tutta la legge e i profeti sono compendiati nell’ amore. L’amore a Dio, innanzitutto, e l’amore al prossimo sono come due binari su cui dobbiamo far muovere tutta la nostra vita. Dall’amore a Dio, se lo si vive veramente, deriva l’amore al prossimo, includendo ogni rapporto di amore e benevolenza non solo a livello coniugale, familiare e parentale, ma anche a livello sociale, aprendo il nostro cuore verso tutti, vicini e lontani, manifestando loro una carità concreta che si dimostra attraverso opere di fraternità e di aiuto. Gesù per primo ha realizzato questa duplice direzione dell’amore: nel sacrificio della croce, infatti, troviamo l’espressione più alta del suo amore al Padre compiendone la volontà e realizzando il progetto di salvezza degli uomini, avendo messo per loro tutta la sua vita come dono di salvezza e redenzione.
Il cristiano umanizza mirabilmente se stesso nel realizzare l’esempio di Gesù. Un unico amore viene realizzato sia che sia rivolto a Dio sia che sia rivolto al prossimo. San Vincenzo de’ Paoli era solito dire che "sospendere la preghiera che si sta facendo per soccorrere il prossimo è ugualmente servire Dio". Se l’amore è pur un comandamento, un precetto morale deve essere accolto e vissuto liberamente, perché l’uomo, credente o meno, lo avverte nella profondità del suo essere e, praticandolo, realizza autenticamente la sua umanità. Il comandamento a Dio e al prossimo è nuovo, come lo ha dato Gesù ai suoi discepoli, se lo si vive alla maniera di Gesù, animati dallo Spirito del Padre e del Figlio.
FEDELTÀ A DIO E AGLI UOMINI.
18 OTTOBRE – XXIX DOMENICA del TEMPO ORDINARIO.(A) À
FEDELTÀ A DIO E AGLI UOMINI
Nella storia dell’uomo il rapporto tra la sua libertà e la signoria di Dio è un problema che attraversa tutte le generazioni e varie sono state le posizioni che ha assunto, perché se, da una parte, l’uomo, avendolo Dio dotato della libertà, può fare scelte contrarie al progetto di comunione con Lui, dall’ altra, il cristiano, guardando a Cristo, non può esiliare Dio dalla storia. Dio, fonte di ogni bene, a tutti gli uomini chiede di realizzare l’attuazione del bene e ne dà anche la forza, ma ad essi spetta di aderirvi accogliendolo liberamente. L’attuazione del progetto salvifico di Dio può subire interruzioni, progredire o regredire drammaticamente a seconda delle scelte che l’uomo liberamente pone in riferimento a tale attuazione. Il peccato dell’uomo, che consiste nel rifiuto più o meno consapevole di collaborare con questo progetto, è ciò che ritarda la realizzazione della signoria di Dio nella storia.
L’obbedienza a Dio delle libere volontà degli uomini, anche quelle di coloro che svolgono il ruolo dell’autorità, deve condurre gli uomini ad agire in funzione del bene di tutti, secondo lo Spirito del Figlio di Dio, per cui, ci fa pregare oggi la liturgia nella colletta, « tutta l’umanità intera riconosca Lui solo come unico vero Dio » . Il modello, quindi, che l’uomo dovrebbe seguire è l’obbedienza a Dio secondo lo Spirito di Gesù suo Figlio che, sacrificando la sua vita sulla croce, ha fatto la volontà del Padre e, in questa sua obbedienza, ha racchiuso tutti noi, se vogliamo partecipare della salvezza.
L’Eucaristia che celebriamo, oltre che attuare per noi tutte le volte che ne facciamo memoria quel sacrificio, ci è data come cibo e sostegno per imitare l’obbedienza del Figlio e così acconsentire al disegno di Dio in tutta la nostra vita, anche quando il cammino si fa arduo, faticoso ed esigente. Allora l’Eucaristia diventa vita.
Essa è alimento alla nostra vita di figli di Dio. Da essa scaturisce anche l’impegno ad operare a favore dei fratelli, come Gesù, che è venuto per servire e non per essere servito o dominare, ma per donarsi ai fratelli.
Nella colletta iniziale preghiamo dicendo: « O Padre, sul palmo della tua mano sta scritto il nome di ogni tuo figlio: fa che nel misterioso intrecciarsi delle libere volontà degli uomini nessuna autorità abusi della propria forza e ogni potere si ponga sempre a servizio del bene di tutti. Per il nostro Signore Gesù Cristo…».
Prima Lettura: Is 45,1.4-6.
Nell’ oracolo di Isaia viene riaffermata dal profeta la supremazia di Dio: « Io sono il Signore e non c’è alcun altro, fuori di me non c’è dio ». E’ Dio che ha eletto Ciro, prendendolo per la sua destra, chiamandolo per nome, dandogli un titolo, rendendolo pronto all’ azione e liberatore , benché questi non lo conosca, per realizzare la sua volontà verso Giacobbe, suo servo, e Israele suo eletto, e far conoscere la sua potenza dall’ oriente all’ occidente, poiché « non c’è nulla fuori di me. Io sono il Signore, e non ce n’è altri ». Ciro, che con il suo editto ridarà la libertà all’ esule Israele, sarà lo strumento a servizio nelle mani di Dio per compiere il disegno divino. Da ciò deve derivare la fiducia dell’uomo in Dio e noi, nonostante tutte le apparenze e le difficoltà in cui versiamo e ci dibattiamo, non dobbiamo perdere la fiducia nel Dio vivo: nessun proposito di uomini o necessità può rendere vana o compromettere l’opera di Dio, poiché è in suo potere realizzare la sua volontà e come dice il detto di Bossuet:" Dio scrive dritto anche sopra le righe storte degli uomini".
Seconda Lettura: I Ts 1,1-5b.
Paolo, scrivendo ai Tessalonicesi insieme ai suoi collaboratori, augura loro la pace e, ricordandolinella preghiera, rende grazie a Dio « per l’operosità della loro fede, la fatica della loro carità e la fermezza e costanza della loro speranza nel Signore Gesù ». Tutto questo Paolo lo ritiene non tanto opera sua quanto della potenza di Dio e della forza dello Spirito Santo, che suscita nel cuore degli uomini l’agire e l’operare e l’adesione di ognuno alla sua volontà, perché tutte le forze e le componenti che costituiscono la comunità operino a beneficio di questa, per un servizio generoso ai fratelli, secondo il volere di Dio.
Vangelo: Mt 22,15-21.
Gesù, nel dialogo con i farisei che gli chiedono astutamente se « è lecito, o no, pagare il tributo a Cesare », non vuole tanto elaborare una teoria politica o economica e, rispondendo con la solita franchezza, riesce a sorprendere gli interlocutori e a schivare la loro insidia di coglierlo in fallo.
Dopo essersi fatto mostrare la moneta che riporta l’ immagine di Cesare, egli non risponde né con un “sì ”, che l’avrebbe fatto apparire nemico del popolo oppresso, né con un “no ”, che l’avrebbe reso un sovversivo verso l’autorità imperante. Gesù dichiara, pur riconoscendo il debito da dare a Cesare, il quale con il tributo richiesto ottiene quanto gli compete per realizzare un governo, pur sempre limitato e desacralizzato, a beneficio di tutti, che va dato a Dio quello che è di Dio, a cui tutto appartiene. Così Gesù, se depoliticizza l’immagine di Dio, che non può essere usato come strumento di potere, chiede agli uomini di accogliere il Vangelo che egli proclama e, poiché spetta solo a Dio il giudizio sull’ agire di chi esercita il potere, essi devono adeguare il loro comportamento in tutto il resto. Se il cristiano, da una parte, è cittadino di questa terra, per cui non può non contribuire, con ciò che chiede l’autorità che deve perseguire il bene di tutti, e non partecipare alla vita sociale e politica degli uomini, dall’ altra, concependo la storia come un cammino verso il Regno dei cieli, deve impegnarsi per realizzare il progetto di Dio che, dall'insegnamento e dalla vicenda di Gesù, è diventato un impegno pregnante per i suoi discepoli. Nelle situazioni di conflitto tra l’autorità di Cesare e le esigenze del Vangelo deve subentrare la mediazione della coscienza, che ci fa assumere la responsabilità personale delle proprie scelte. Pur non essendovi in questione la laicità dello stato, per il cristiano si pone la tensione costante del “come ” egli deve porsi, da credente, all' interno delle istituzioni, dando a Dio quello che è di Dio e a Cesare quello che è di Cesare, limitando questi se pretende di sostituirsi a Dio e limitando coloro che in nome di Dio volessero porsi al posto dell’autorità di Cesare







