





La testimonianza della fede ci prepara alla vita eterna del Regno dei cieli.
6 NOVEMBRE – XXXII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO.
La celebrazione della passione gloriosa del Signore, Figlio di Dio, non è un avvenimento del passato, ma è reso presente dall’azione dello Spirito e noi, partecipandovi con fede, ne veniamo coinvolti. Assumendo con impegno il Corpo e Sangue di Cristo, che si è offerto per la nostra salvezza, noi impariamo a donarci per la salvezza dell’umanità. Alla passione del Signore è seguita la sua gloriosa risurrezione per cui, con l’Eucaristia che noi celebriamo, viene alimentata la speranza della gloria futura. Ma dobbiamo vivere nella vigilanza tale attesa, così da essere trovati, alla venuta del Signore, pronti per entrare, come le vergini prudenti, con lui nel banchetto celeste.
Nella preghiera iniziale diciamo: « O Dio, Padre della vita e autore della risurrezione, davanti a te anche i morti vivono; fa’ che la parola del tuo Figlio seminata nei nostri cuori, germogli e fruttifichi in ogni opera buona, perché in vita e in morte siamo confermati nella speranza della gloria ».
Prima Lettura: 2 Mac 7,1-2.9-14.
Ci viene presentata la testimonianza eroica dei sette fratelli Maccabei, che presi insieme alla loro madre, furono costretti dal re, a forza di nerbate, a rinnegare la loro fede e a trasgredire, mangiando carni suine, la Legge. Uno di essi, mentre stava per essere torturato, interpretando tutti, disse che sarebbero stati pronti a morire piuttosto che trasgredire le leggi dei padri. Il secondo, sotto le torture rivoltosi ai carnefici disse: « Tu, o scellerato, ci elimini dalla vita presente, ma il re dell’universo, dopo che saremo morti per le sue leggi, ci risusciterà a vita nuova ed eterna ». Morto questo, fu torturato il terzo che mise fuori la lingua e, stendendo le mani con coraggio, disse: « Dal Cielo ho queste membra e per le sue leggi le disprezzo, perché spero di riaverle di nuovo ». Il re e i suoi dignitari furono colpiti dalla fierezza del giovane, perché non temeva le torture. Morto questo, iniziarono a torturare il quarto che, ridotto in fin di vita, diceva: « E preferibile morire per mano di uomini, quando da Dio si ha la speranza di essere da lui di nuovo risuscitati; ma per te non ci sarà davvero risurrezione per la vita ». La fede nella resurrezione sostiene la testimonianza dei sette fratelli, disposi a morire pur di rimanere fedeli alle leggi di Dio. Così essi dimostrarono che La vita, con tutti i travagli e dolori, come anche con il martirio, conta poco, quando c’è la certezza che in Dio c’è la speranza di essere di nuovo da lui risuscitati. Cristo, che muore in croce e risorge, è il testimone migliore di questa speranza della risurrezione, che ha sorretto i martiri, affidandosi senza paura a Cristo risorto. Tutta quanta la Chiesa deve vivere con questa sicurezza che la risurrezione, anche davanti alle persecuzioni, fa vincere il timore della morte.
Seconda Lettura: 2 Ts 2,16.3,5.
L’apostolo Paolo augura ai Tessalonicesi che il Signore Gesù e Dio, Padre di tutti, che li ama, dia loro una consolazione eterna e una speranza viva, li conforti nei loro cuori e li confermi in ogni opera e parole di bene. Chiede loro di pregare affinché la parola del Signore sia glorificata, come lo è stato tra loro, così che si venga liberati dagli uomini corrotti e malvagi. E poiché il Signore è fedele li confermerà e li custodirà dal Maligno. Esprime, nei loro confronti, la fiducia che essi già facciano quello che egli ha ordinato loro e che continuino a farlo. Augura, ancora, che il Signore guidi i loro cuori nell’amore di Dio e nella pazienza di Cristo.
Il cristiano, in mezzo alle difficoltà, alle tribolazioni quotidiane o anche di fronte al martirio non deve abbattersi, perché l’amore di Dio, che ci accompagna nei nostri giorni ci conforta, ci rafforza nella speranza. E il Signore non tradisce le attese dei suoi figli e non viene meno alla sua parola. Domandiamoci se crediamo veramente a questa fedeltà. Neanche la malvagità degli uomini potrà abbatterci o sopraffarci se, come a Paolo, sopraffatto da tribolazioni di ogni genere, anche noi ci dice il Signore: « Ti basta la mia grazia ». Nell’impegno a testimoniare la fede le difficoltà non potranno scoraggiare il credente che confida nell’aiuto e nella forza che lo Spirito di Dio dà, secondo quanto, nel Vangelo, assicura Gesù ai suoi apostoli.
Vangelo: Lc 20,27-38.
I sadducei, che non credono nella resurrezione, partendo da quanto Mosè aveva prescritto a proposito della legge del levirato: « “Se muore il fratello di qualcuno che ha moglie, ma è senza figli, suo fratello la prenda in moglie e dia una discendenza al proprio fratello” », chiedono a Gesù il suo parere, dicendo che vi erano sette fratelli e, poiché il primo di essi, dopo aver preso moglie, è morto senza aver avuto figli e anche il secondo, che l’ha preso in moglie, è morto senza figli, come il terzo e così tutti e sette, ed in ultimo è morta anche la donna, questa, nella risurrezione, di chi sarà moglie, avendola avuta tutti e sette come moglie?
Gesù risponde loro dicendo che, se i figli di questo mondo prendono moglie e marito: « Coloro che sono giudicati degni della vita futura e della risurrezione dai morti, non prendono né moglie né marito: essi infatti non possono morire, perché sono uguali agli angeli e, poiché sono figli della risurrezione, sono figli di Dio. Che poi i morti risorgano, lo ha indicato anche Mosè a proposito del roveto, quando dice: “Il Signore è il Dio di Abramo, Dio di Isacco e Dio di Giacobbe”. Dio non è dei morti, ma dei viventi; perché tutti vivono in lui ». Nella risurrezione e nella eternità di Dio, la nostra vita sarà completamente nuova rispetto a questa terrena. Questa sarà trasformata non distrutta e i rapporti tra uomo e donna non saranno vissuti più in funzione delle esigenze terrene della specie: apparterremo sempre a Dio. Ma fin da quaggiù i figli della risurrezione, quelli che credono, sono aperti al mondo nuovo. Anticipando nell’attesa la vita eterna del cielo essi sono associati fin da ora alla vita degli angeli. Lo sposarsi, allora, non è più considerato come il più grande bene, che non deve essere assolutizzato: chi sceglie di testimoniare la vita del Regno futuro vi rinunzia. Il cristiano realizza, quindi, uno stile di vita che è al di fuori del paradigma di questo mondo: anticipa quello futuro dell’eternità.
SOLENNITA' DI TUTTI I SANTI
1 NOVEMBRE - DOMENICA - SOLENNITA’ DI TUTTI I SANTI.
La festa di tutti i santi si è diffusa nell’Europa latina nel secoli VIII-IX. Si iniziò a celebrare la festa di tutti i santi, anche a Roma, fin dal secolo IX.
E' un’unica festa quella di tutti i santi che oggi celebriamo, ossia della Chiesa gloriosa, intimamente unita alla Chiesa ancora pellegrina e sofferente nel suo cammino terreno. Oggi è la festa della speranza: « l’assemblea festosa dei nostri fratelli » rappresenta la parte eletta e sicuramente riuscita del popolo di Dio; essa ci richiama al nostro fine e alla nostra vocazione vera: la santità, cui tutti siamo chiamati non attraverso opere straordinarie, ma con il compimento fedele della grazia del battesimo.
Dei Santi, che ci sono « amici e modelli di vita », come dice san Bernardo, dobbiamo desiderarne la compagnia, poiché essi attendono e desiderano la nostra salvezza: la loro preziosa presenza ci protegge e ci incoraggia.
Siamo chiamati ad una pienezza di vita.
Nella vita di ogni giorno, ci accorgiamo delle fragilità, dei momenti di insuccesso, delle negatività che costellano la nostra vita, dei nostri limiti: tutte queste cose ci fanno sembrare la vita non riuscita.
Ma allora cosa rende questa vita riuscita? Siamo o possiamo essere migliori di quello che pensiamo di essere? Dobbiamo rassegnarci ai nostri fallimenti, ai difetti e ai vuoti della nostra esistenza? Dobbiamo sperare in una vita migliore per noi e per tutti, solo per questa terra, o possiamo pensare e credere che, al di là di tutto questo, ci attende una vita in Dio, in cui già sono tutti coloro che oggi celebriamo: cioè i Santi, sia coloro che onoriamo nel calendario e sia quelli che hanno vissuto la loro esistenza nella fedeltà al Signore, in cui hanno creduto, pur nel nascondimento e con una testimonianza silenziosa?
Siamo chiamati ad una pienezza di vita.
Il punto principale della fede cristiana sta nella certezza di fede cristiana che la nostra vita e la sua riuscita dipendono sì da Dio, ma anche dal nostro impegno. In varie esperienze religiose si pensa che si possa giungere ad una , se pur imprecisata, pienezza di vita e di pace attraverso un cammino di ascesi, di meditazione. In alcune concezioni filosofiche di vita si pensa che attraverso uno sforzo di perfezione etica, che gli uomini possono imporsi, individualmente o comunitariamente, è possibile raggiungere una pienezza di vita, almeno nel cammino finale dell'umanità. Si pensa poi, ancora, da parte di altri, che le negatività dell’esistenza possono superarsi con la rassegnazione e che in ultimo arriverà il premio e la consolazione.
Nella esperienza religiosa ebraica, fondata sulla alleanza tra Dio e il popolo, Dio è colui davanti al quale si prova timore, riverenza e rispetto; Dio stesso comunica all’uomo la santità, chiedendogli di essere santo perché lui è santo E si raggiunge la santità con l’osservanza della Legge e le pratiche di purificazione e di religione, ma che spesso, come rimproverava Gesù al suo tempo ai farisei, erano vissute con mediocrità e esteriorità. Nella predicazione profetica veniva inculcato il convincimento che la santità e la riuscita della vita sarebbero state donate da Dio.
Con la venuta di Gesù, che porta lo Spirito di santità e lo comunica con la sua morte in croce, gli uomini da lui redenti vengono da lui santificati. Ma con tutto il suo agire, con la sua parola egli manifesto la santità e la pienezza di vita: perdonò i peccati, guarì i malati, donò se stesso, amandoli fino alla fine. Egli, il Signore, il Santo e il giusto, invitò gli uomini ad essere santi come è santo il Padre dei cieli, e così partecipare pienamente alla vita divina, alla vita eterna, che siamo chiamati a vivere in Lui. Poiché Dio è Santo, la pienezza di vita consiste nella santità donata da Dio, comunicata dallo Spirito nella morte e risurrezione del Cristo.
Chi sono i Santi che oggi onoriamo e ricordiamo?
San Paolo chiama « Santi di Dio » tutti coloro che battezzati e cresimati sono stati inseriti come membra del Corpo Mistico di Cristo. La nostra santità è una vocazione che non sempre viviamo pienamente per ora, ma siamo santi perché abbiamo la possibilità di vivere, con i doni e le qualità che Dio ha posto in noi, pienamente la comunione col Padre, attraverso il Figlio Gesù, nello Spirito del Padre e del Figlio.
Gesù nelle Beatitudini annuncia questo dono gratuito di Dio fatto a tutti, specialmente a coloro che non hanno nulla su cui possono contare ( poveri in spirito, afflitti, miti, ricercatori di pace e di giustizia ecc.). Dio è colui che è causa della nostra beatitudine e santità. Così, per dono suo, noi possiamo considerare la nostra vita riuscita, pur essendo, a volte, nella povertà, nelle sofferenze, nelle afflizioni e in ultimo anche nelle persecuzioni sofferte per il nome di Cristo.
Lungo la storia della Chiesa, la santità di tanti, riconosciuta nel calendario cristiano, viene additata a modello per tutti, perché essi hanno dato disponibilità piena all’ amore di Dio e alla dedizione ai poveri, sofferenti, emarginati: quante madri di famiglia, persone consacrate a Dio nelle varie istituzioni, giovani e uomini di varie condizioni sociali, martiri per la fede, ecc.
Quando viene dichiarato e onorato « beato » o « santo » qualcuno, noi non gli rendiamo, come diceva sant’ Agostino in una sua riflessione sulla memoria dei martiri, un culto di adorazione, che si deve solo a Dio, ma ne facciamo la memoria e la venerazione per additarlo ad esempio e modello di vita per tutti noi che siamo in cammino di santità su questa terra. La vita di santità di questi fratelli è confermato esplicitamente dalla testimonianza concorde di coloro che li hanno conosciuti e sono stati raggiunti dalla loro luce di santità, attraverso segni, virtù, e miracoli che questi santi hanno impetrato da Dio.
Cammino di santità per tutti.
Come possiamo rispondere alla chiamata alla santità che Dio ci fa? Lasciandoci riempire e guidare dallo Spirito Santo attraverso la preghiera, i sacramenti e le opere di testimonianza nella carità, la giustizia, ecc
Così Cristo, attraverso la sua morte e risurrezione, agisce in noi, nell’ oggi della nostra vita, e ci santifica. Facendoci coinvolgere dall’ iniziativa di Dio, vivendo i sacramenti, soprattutto l’Eucaristia, attuando le opere di misericordia verso i poveri, i sofferenti, gli ultimi, operando per la pace, la giustizia e la misericordia, vivendo con purità di cuore la nostra apertura a Dio e confidando in lui, nei momenti della persecuzione a causa della giustizia e del suo regno, noi operiamo nella fedeltà al Signore e viviamo un cammino fecondo di santità. Vivremo questo itinerario operando il bene, conducendo la nostra esistenza nella gioia, nella pace della coscienza e nella speranza che, nonostante tutto, Dio ci salverà; e se pur manca qualcosa alla nostra perfezione egli la colmerà e ci renderà conformi al suo Figlio, rendendoci santi come è santo lui. Il suo ultimo atto d’amore per noi sarà il sigillo definitivo alla nostra vita, che si concluderà con la nostra salvezza eterna.
Prima Lettura: Ap 7,2.4-9.14.
La moltitudine immensa che sta dinanzi all’Agnello in candide vesti e con la palma tra le mani rappresenta gli eletti, che, purificati nel sangue di Cristo, gli sono stati fedeli nella prova. Sono i battezzati a cui è stato apposto il sigillo dell’appartenenza a Dio e ai quali nulla e nessuno può più far del male, poiché sono nella gloria di Dio e contemplano ormai il volto del Signore per l’eternità.
Seconda Lettura: 1 Gv 3,1-3.
Partecipiamo alla gioiosa constatazione di san Giovanni: Dio ha avuto per noi un amore impensabile, al punto che non siamo solo di nome ma di fatto figli suoi. E lo siamo già d’adesso, in virtù della vita divina, la grazia, che ci unisce a lui, anche se all’ esterno ancora non appare tutta la nostra dignità, anche se portiamo ancora i segni del nostro legame alla terra, anche se non mancano limiti e sofferenze. Però siamo in attesa della manifestazione completa del nostro essere, quando si rivelerà e si attuerà la nostra conformità completa a Dio e quindi a Cristo, e vedremo Dio non più attraverso il velo delle cose create, delle immagini e delle parole, ma viso a viso. Questo è già avvenuto per i santi, che oggi festeggiamo.
Vangelo: Mt 5,1-12.
Gesù promulga, come un nuovo Mosè, la Legge nuova, che si apre con le Beatitudini. Esse sono la situazione di gioia per quanti si dispongono nello spirito del Vangelo, e quindi fanno la scelta della povertà, della mitezza, della giustizia, della misericordia, della purezza, della pace e che, pur nella sofferenza, non cessano di sperare e di essere fedeli.
Le Beatitudini sono l’antitesi dello spirito del mondo, rovesciano le attese e le valutazioni terrene.
Dio ama tutte le sue creature e all'uomo che si pente accorda il suo perdono.
30 OTTOBRE – XXXI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO.
L’Eucaristia che celebriamo ci nutre, durante il cammino terreno, del Corpo e Sangue del Signore ed essi sono pegno dei beni promessi da Dio, che conseguiremo nella Gerusalemme celeste. Ma mentre siamo in pellegrinaggio, nutriti di Cristo, dobbiamo diventare discepoli del Signore che si è fatto uomo per nostro amore. Ascoltando la sua parola e aderendo, come lui, alla volontà del Padre, attuiamo con tutto il nostro essere, cuore, sensi e mente il Vangelo, vivendo con uno stile di vita che ci fa condividere con il prossimo tutti beni, spirituali e materiali. Solo così potremo sperare di conseguire i beni spirituali.
Nella colletta iniziale preghiamo il Signore dicendo:« O Dio, che nel tuo Figlio sei venuto a cercare e a salvare chi era perduto, rendici degni della tua chiamata: porta a compimento ogni nostra volontà di bene, perché sappiamo accoglierti nella nostra casa per condividere i beni della terra e del cielo ».
Prima Lettura: Sap 11,22-12,2.
Il brano della Sapienza ci ricorda che Dio ama tutte le cose che ha creato e continua a farle sussistere e di esse non prova disgusto. Davanti a lui il mondo è come un po’ di pulviscolo sulla bilancia o una stilla di rugiada mattutina.
Potendo tutto, ha compassione di tutti e perdona i peccati degli uomini aspettando che si pentano. Tutto sussiste perché egli l’ha voluto e se avesse odiato qualcosa non l’avrebbe neppure creata né chiamata all’esistenza. Poiché tutto è suo, ed egli è amante della vita, è indulgente verso tutte le cose avendo posto in esse il suo spirito incorruttibile. Egli, nella sua bontà, corregge poco alla volta quelli che sbagliano e ammonisce quelli che hanno peccato, perché, allontanandosi dalla loro malizla, credano in lui. Dio esercita la sua potenza verso le sue creature attraverso la compassione e verso l’uomo esercita il suo perdono e la sua misericordia. Usa grande pazienza e aspetta che il peccatore si penta e creda. Il perdono e la misericordia del Signore sono quindi già presente nelle Scritture dell’Antico Testamento.
Seconda Lettura: 2 Ts 1,11-2,2.
Paolo scrive ai Tessalonicesi dicendo che egli prega Dio perché li renda degni della sua chiamata e, « con la sua potenza porti a compimento i loro propositi di bene e l’opera dello loro fede, perché sia glorificato il nome del Signore » in loro, secondo la grazia di Dio e di Cristo Signore. Li prega quindi a non lasciarsi facilmente confondere la mente, a non lasciarsi allarmare da ispirazioni, discorsi o lettere, fatte credere come sue, riguardo al giorno della venuta del Signore nella gloria, quasi che esso è già presente o imminente.
Perché la chiamata alla salvezza, operata dal Signore, sia portata a compimento esige soprattutto la continua grazia del Signore e l’impegno della nostra volontà, che facilmente si affievolisce e si deprime, in modo che la salvezza venga fatta maturare nella testimonianza delle opere. Per questo l’apostolo, con la sua preghiera, accompagna la vita della comunità tessalonicese così che ognuno possa essere sempre preparato, in qualunque tempo avverrà il giorno della manifestazione gloriosa del Signore, senza agitarsi pensando che sia imminente come qualcuno pensava. La venuta del Signore può verificarsi ogni momento, per ognuno di noi, ma per quella nella gloria nessuno può farne calcoli: solo è necessario essere trovati pronti
Vangelo: Lc 19,1-10.
Il brano del Vangelo ci narra l’episodio dell’incontro di Gesù con Zaccheo mentre attraversa la città di Gerico. Poiché è attorniato da tanta gente e Zaccheo, capo dei pubblicani, piccolo di statura, per la curiosità di vederlo passare e conoscerlo, si arrampica su un sicomoro, Gesù, giunto sotto l’albero, alzando gli occhi, gli dice: « Zaccheo, scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua ». Così egli scende subito e, pieno di gioia, accoglie Gesù, mentre tutti attorno mormorano perché è entrato nella casa di un peccatore. Zaccheo allora, dopo aver ascoltato il Signore, che lo ha onorato con la sua presenza, gli dice: « Ecco, Signore, io do la metà di ciò che possiedo ai poveri e, se ho rubato a qualcuno, restituisco quattro volte tanto ». Gesù, rivolgendosi a lui, dice: « Oggi per questa casa è venuta la salvezza, perché anch’egli è figlio di Abramo », perché ha accolto « il Figlio dell’uomo che è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto ».
Gesù esaudisce il desiderio di Zaccheo di vederlo e per questo lo chiama perché lo ospiti in casa. Egli, che è ritenuto poco raccomandabile per il suo comportamento e la sua vita, solennemente, davanti al Signore e agli astanti invitati, si impegna a cambiare la sua vita riparando al male compiuto. Gesù, come gli ha cambiato il cuore, lo cambia anche a tutti coloro che lo accolgono volentieri e si lasciano cambiare il cuore convertendosi all’amore di Dio e degli uomini. In Zaccheo, che accoglie la salvezza, si realizza la missione di Gesù, che è venuto a chiamare i peccatori a penitenza e a conversione, a salvare chi è perduto, offrendogli il perdono del Padre.
Il perdono inonda il cuore di Zaccheo, come quello di coloro che, riconoscendo i propri peccati, accolgono la salvezza e fanno spazio nel proprio cuore a Dio e al suo amore, cambiando radicalmente la loro esistenza: essere perdonati e sentire l’amicizia di Gesù significa essere in comunione col Padre celeste che lo ha mandato a salvare questa umanità.
Due uomini salirono al tempio a pregare.
23 OTTOBRE – XXX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO.
La fede che noi celebriamo nell’Eucaristia ci avvicina al banchetto eucaristico e in esso noi ci cibiamo del Corpo e del Sangue del Signore. Questa fede si fonda sulle parole dette da Gesù, nell’Ultima Cena, sul pane e sul vino, dandoli a noi come segno della sua presenza: « Prendete, e mangiatene tutti: questo è il mio Corpo offerto in sacrificio per voi » e « Prendete, e bevetene tutti: questo è il calice del mio Sangue per la nuova ed eterna alleanza, versato per voi e per tutti in remissione dei peccati. Fate questo in memoria di me ». Nell’Eucaristia vi è il sacrificio che Gesù ha offerto come « sacerdote giusto e compassionevole » e « la tenerezza del Padre celeste, che ci invita al banchetto del Figlio, preparato per noi ». Per opera dello Spirito Santo, riceviamo la grazia che alimenta in noi la vita divina, rendendoci capaci di amare alla maniera di Cristo e di confidare nella misericordia del Padre. Tutto questo lo possiamo vivere nella fede, che se mancasse, renderebbe il nostro incontro eucaristico domenicale senza efficacia, frutto della nostra iniziativa gratificante solo psicologicamente, senza ricevere il dono che Dio ci fa donandoci il suo Figlio.
Nella preghiera iniziale della Colletta ci rivolgiamo al Padre celeste dicendo: « O Dio, tu non fai preferenze di persone e ci dai la certezza che la preghiera dell’umile penetra le nubi; guarda anche a noi come al pubblicano pentito, e fa’ che ci apriamo alla confidenza nella tua misericordia per essere giustificati nel tuo nome ».
Prima Lettura: Sir35,15-17.20.22.
L’autore del Siracide ci dice in questo brano che il Signore, giudice giusto, non fa preferenza di persone, non è parziale a danno del povero, ascolta la preghiera dell’oppresso, non trascura l’orfano né la vedova. La preghiera della vedova, del povero arriva fino alle nubi e non si quieta finché non sia arrivata a Dio, non desiste finché l’Altissimo non sia intervenuto e non abbia dato soddisfazione ai giusti e stabilito l’equità. Dio non rigetta la preghiera dell’umile, non fa preferenze e parzialità. Come il Signore è giusto, così lo devono essere gli uomini nell’intimità del loro cuore. La facile o frequente discriminazione degli altri, di cui noi siamo facilmente affetti per pregiudizi, superbia o egoismi, non ci rende giusti davanti al Signore.
Seconda Lettura: 2 Tm 4,6-8.16-18.
Scrivendo a Timoteo, Paolo, poiché sente armai vicina la fine della sua vita, gli ricorda che egli, come apostolo, ha combattuto la buona battaglia, ha terminato la sua corsa e ha conservato la fede e, ora, attende la corona di giustizia che il Signore, giusto giudice, consegnerà in quel giorno a lui e tutti coloro che hanno atteso con amore la sua manifestazione. Poiché tutti lo hanno abbandonato e nessuno in tribunale lo ha assistito, gli scrive che non se ne tenga conto nei confronti di nessuno; che il Signore gli è stato vicino, gli ha dato la forza di portare a compimento l’annunzio del Vangelo perché tutte le genti lo ascoltassero ed è stato liberato dalla bocca del leone, cioè di essere condannato alla morte in pasto alle belve. Confida infine nel Signore che lo libererà da ogni male e lo porterà in salvo nei cieli, nel suo regno. L’Apostolo guardando la sua vita passata la paragona ad una battaglia, ad una corsa, un impegno che ha perseguito con costanza e fedeltà verso il Signore, in cui ha riposto la sua totale fiducia e dal quale riceverà, lui e coloro che attendono con amore la sua manifestazione, la corona di gloria. Cristo, così, per il credente. è il valore assoluto della vita. Egli assiste, dà forza, sta vicino e salva per sempre coloro che hanno fede in lui. Chiediamoci, con frequenza, quale posto ha Gesù nella nostra esistenza, se sentiamo vicina la sua potenza e viva la sua forza nelle molteplici difficoltà della testimonianza che gli dobbiamo rendere e se ci impegniamo a conservare viva la fede in lui.
Vangelo: Lc 18, 9-14.
Gesù, oggi, nella parabola del fariseo e del pubblicano che si recano al tempio a pregare, ci indica quale è per l’uomo la vera giustizia: questa non sta nella presunzione del fariseo che, nel tempio, ringrazia Dio ma vanta ed elogia le sue virtù perché osserva la Legge, digiuna, paga le decime di ciò che possiede e, paragonandosi con gli altri uomini che giudica ladri, ingiusti, adulteri, li disprezza insieme al pubblicano che, in fondo al tempio, stando a distanza e non alzando neanche gli occhi al cielo, si batte il petto chiedendo a Dio, riconoscendosi peccatore, che abbia pietà di lui. Gesù conclude dicendo che il pubblicano, per il suo umile atteggiamento, il riconoscimento delle colpe commesse per cui chiede perdono, ritornò a casa sua giustificato, a differenza del fariseo, perché: « Chiunque si esalta sarà umiliato, chi invece si umilia sarà esaltato ». Dio esaudisce la preghiera di un cuore pentito e umiliato che, per la consapevolezza delle proprie colpe, chiede perdono a Dio e si affida, non tanto alla sua precaria giustizia, ma alla potenza della grazia di Dio, attribuendo a Lui l’onore e la gloria per il bene che compie. Dio ascolta solo la preghiera dell’umile, il quale riconosce che tutto deve essere vissuto per la maggior gloria di Dio e non per la ricerca della propria gloria ed esaltazione da parte degli uomini.
La preghiera fatta con fede ottiene da Dio ciò che egli dispone per i suoi figli.
16 OTTOBRE – XXIX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO.
Servire il Signore e i fratelli, nel servizio del bene e perché il male sia vinto, « con lealtà e purezza di spirito », prega la Chiesa nella Colletta di questa Domenica. Sull’esempio di Gesù, che si offre al Padre sulla croce, noi dobbiamo imparare a vivere il nostro rapporto con Dio, nel compiere la sua volontà. Dall’Eucaristia che celebriamo possiamo attingere la forza per imitare Gesù e così poter vivere in conformità con il disegno di Dio, quotidianamente e fino in fondo, anche quando questo cammino si fa arduo, impegnativo ed esigente. Così l’Eucaristia viene realizzata pienamente nella vita. Se serviamo Dio veramente dobbiamo anche porci al servizio del prossimo, come Gesù che ha detto di essere venuto non per essere servito, ma per servire.
Nella preghiera della Colletta diciamo a Signore: « O Dio, che per le mani alzate del tuo servo Mosè hai dato la vittoria al tuo popolo, guarda la tua Chiesa raccolta in preghiera; fa’ che il nuovo Israele cresca nel servizio del bene e vinca il male che minaccia il mondo, nell’attesa dell’ora in cui farai giustizia ai tuoi eletti, che gridano giorno e notte verso di te ».
Prima Lettura: Es 17,8-13.
Lungo il cammino nel deserto, dopo l’esodo dall’Egitto, Mosè dice a Giosuè di scegliere alcuni uomini per combattere contro Amalek che contrasta il passaggio verso la terra promessa, mentre lui, andando sulla cima del colle insieme ad Aronne e Cur, stando ritto con il bastone in mano, avrebbe invocato l’aiuto del Signore. Quando Mosè, pregando, teneva le braccia e le mani alzate, Israele prevaleva, ma quando le lasciava cadere, prevaleva Amalek. Poiché per la stanchezza Mosè non riusciva a stare in piedi, Aronne e Cur presero una pietra e ve lo fecero sedere sopra, mentre loro gli sorreggevano le mani, che rimasero ferme fino al tramonto del sole. Così Giosuè sconfisse Amalek e il suo popolo. L’intercessione di Mosè presso Dio ottiene il vantaggio in battaglia sul nemico, ma viene meno se lui smette di pregare. Attraverso la preghiera Dio fa passare la sua grazia e la sua forza per sconfiggere il male e le tentazioni. La preghiera, mettendo la forza dell’uomo in contatto con la potenza di Dio, può ottenere tutto.
Seconda Lettura : 2Tm 3,14-4,2.
Paolo esorta Timoteo a restare saldo in quello che ha imparato e a credere fermamente a quello che ha appreso dalle Sacre Scritture fin dall’infanzia ad opera di coloro che egli ben conosce. La Scrittura, ispirata da Dio, che è utile per insegnare, convincere, correggere ed educare alla giustizia, può istruirlo, così lui o ogni uomo di Dio « sia completo e ben preparato per ogni opera buona ». Lo scongiura, inoltre, davanti a Dio e a Gesù, che verrà giudicare i vivi e i morti, quando si manifesterà, ad annunciare la Parola, insistendo « al momento opportuno e non opportuno, ammonendo, rimproverando ed esortando con magnanimità e insegnamento ». La Parola di Dio, cioè Gesù Cristo, deve rendere colui che è chiamato all’annunzio del Vangelo, nell’impegno del ministero apostolico, di essere ben saldo nella fede e capace di proclamarlo con forza e incessantemente, senza temere di rimproverare e ammonire coloro che se ne allontanano. Le Scritture ispirate da Dio sono punto di riferimento per tutti, specie per chi svolge il ministero dell’annunzio, per imparare da esse, insegnare, correggere e ispirarvisi per la propria condotta: non basta quindi leggerle, bisogna formarsi su di esse perché, l’apostolo, uomo di Dio, sia completo nella testimonianza di vita, per guidare bene la Chiesa.
Vangelo: Lc 18,1-8.
Nel Vangelo di oggi Gesù ci istruisce, come fece con i suoi discepoli, sulla necessità di pregare sempre e racconta la parabola di un giudice che, pur non temendo Dio e non avendo neppure riguardo per alcuno, è costretto a far giustizia ad una vedeva che, importunandolo spesso, gli chiedeva di farle giustizia contro un suo avversario. Se non l’esaudì però per un po’ di tempo, per non essere più importunato e, pur dicendo tra sé: “Anche se non temo Dio e non ho riguardo per alcuno”, le fa finalmente giustizia. Gesù conclude dicendo ai discepoli che devono imparare dalla parabola che Dio, a differenza di quel giudice che per non essere più importunato fa giustizia, non fa attendere a lungo i suoi eletti, che gridano giorno e notte verso di lui: « Io vi dico che farà loro giustizia prontamente. Ma il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra? ». La perseveranza nella preghiera induce Dio ad ascoltare il grido di tutti coloro che subiscono ingiustizia, il grido dei poveri, degli oppressi. Allora non bisogna farsi prendere dalla delusione, o quasi dal risentimento contro Dio, perché non vediamo esaudite subito le nostre richieste. Gesù ci assicura che, se anche gli uomini non fanno giustizia a chi li implora, o se la fanno è per non essere più importunati, Dio la fa prontamente, perché ama i suoi eletti, i suoi figli, le sue creature, coloro che sono poveri, indifesi che subiscono ingiustizie da parte dei propri simili. Se la nostra esperienza sembra dirci il contrario, bisogna chiedersi cosa vuol dire per Dio « fare giustizia »: vuol dire realizzare il suo disegno d’amore per noi. Allora questo, per la nostra perseverante preghiera, se ci si rivolge a Dio con fede, si compie sicuramente e in modo infallibile. Dovremmo però pensare spesso alle ultime parole di Gesù dette ai discepoli e, oggi, anche noi: « Ma il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fese sulla terra? ».





