





Gesù tentato da Satana nel deserto, vince il male anche per noi.
9 Marzo – Prima Domenica di Quaresima.
La Quaresima è chiamata « segno sacramentale della nostra conversione » . Vuol dire che i giorni che passano e i riti che in essi celebriamo sono richiamo e manifestazione del nostro impegno a rivedere la vita e a giudicarla secondo le esigenze del Vangelo.
Quello di Quaresima è detto « tempo favorevole per la nostra salvezza »; tutti i tempi sono portatori di grazia e quindi invito alla redenzione della vita , ma in Quaresima le esortazioni diventano più pressanti e appassionate: la meditazione sulla nostra colpa si fa più prolungata; il sacrificio della croce fissa più intensamente la contemplazione della Chiesa, mentre i nostri cuori più attentamente sono in ascolto della Parola di Dio. Tutti questi giorni sono sotto la grande attrazione della Pasqua, i cui misteri sono al centro dell’anno liturgico e al culmine della storia della salvezza.
Prima Lettura: Gn 2,7-9. 3,1-7.
Questo testo non è una narrazione storica, ma vi troviamo il perché del peccato che, fin dalle origini, induce l’uomo ad ogni forma di male che sperimentiamo. E’ obbligo morale dell’uomo superare questo limite che non bisogna accettare passivamente e pigramente: tutti siamo chiamati in quanto creature a ricercare il bene nostro e di tutto l’uomo, a perfezionarci e assolvere al compito di maturazione umana. Ma ci ritroviamo con un limite insuperabile che è costitutivo della creatura: accettarsi nello stato di creatura è riconoscersi nella giusta relazione con Dio. Il voler oltrepassare questo limite spinge l’uomo al tentativo di equipararsi a Dio, volersi sostituire a Lui.
Allora: a motivo del demonio e del consenso dell’uomo a tale suggestione, l’uomo stesso diviene peccatore. Il peccato è un atto di diffidenza nei confronti di Dio, di autocompiacenza, di volontà di essere come Dio, misconoscendo la propria condizione di creatura. Invece di fare della creazione motivo di gioioso rendimento di grazie, l’uomo se ne accaparra, come se ne fosse l’autore. Il demonio inculca in Eva il sospetto che Dio abbia proibito di mangiare dell’albero della conoscenza del bene e del male non perché sarebbero morti, ma perché insinua subdolamente: « Non morirete affatto! Anzi Dio sa che il giorno in cui ne mangiaste si aprirebbero i vostri occhi e sareste come Dio, conoscerete il bene e il male ». Dio viene presentato come nemico della sua creatura. Così con la disobbedienza la relazione armonica e fiduciosa tra Dio e l’uomo viene sostituita da un atteggiamento di rivalsa contro Dio, che lo avrebbe ingannato malevolmente.
Il frutto diventa, così, appetibile sotto tutti gli aspetti e il mangiarlo avrebbe fatto superare il limite creaturale: cadere nella tentazione di mangiarlo non apporta certo in Adamo ed Eva la sazietà del loro desiderio. Così l’uomo si rivolge anche verso le altre creature di Dio non con il giusto rapporto di amministratore della creazione ma come padrone e possessore!
Il risultato è che l’uomo viene sì a conoscere, ma che cosa? La propria nudità, simbolo della propria miseria, che infonde rossore, timore e vergogna.. Ogni nostro peccato conferma e continua il primo peccato.
Ma ormai il pensiero del peccato dev’essere intimamente congiunto con quello della misericordia, cioè con quello della croce di Gesù, dove egli muore, per riportare l’uomo alla vita di figlio di Dio per il dono della grazia. Così Cristo, recuperando l’identità dell’uomo che ha disobbedito al creatore, con la sua obbedienza, da creatura lo rende figlio del Padre celeste e restaura un nuovo rapporto tra Dio e l’umanità.
Seconda Lettura: Rm 5,12-19.
Il triste cammino del peccato inizia da Adamo, e porta nel mondo la morte. Tutti gli uomini nascono con l’impronta di quella colpa e di quella morte. Ma questo non è il destino vero e ultimo dell’uomo. Al peccato di uno, cioè di Adamo, sopravviene, ben più potente ed efficace, la grazia di uno, cioè di Cristo. Per la ribellione del primo uomo è venuto il male e la condanna, per l’obbedienza del secondo, è venuta la giustificazione. Nella nostra stessa vita deve sopravvenire alla conseguenza del primo peccato, e ai peccati personali che purtroppo già hanno intessuto e, meglio si dovrebbe dire, hanno disfatto la nostra vita, l’abbondanza della grazia. Questi giorni ci preparano alla comprensione rinnovata della croce, sulla quale Gesù ci ha riscattato e ridato la vita.
Vangelo : Mt 4, 1-11.
Gesù non si lascia suggestionare dal diavolo nel deserto. Egli sperimenta nella tentazione del diavolo il limite delle creature e non lo supera, per insegnarci che anche noi possiamo vincere le stesse tentazioni. Non cede come ha fatto Adamo e come ha fatto Israele lungo il suo peregrinare nel deserto. Dopo i quaranta giorni di digiuno « ebbe fame ». Anch’egli, pur essendo stato proclamato al Giordano dal Padre « figlio prediletto in cui si è compiaciuto » sperimenta la debolezza e Satana lo tenta proprio sulla sua dignità filiale: « Se tu sei Figlio di Dio, dì che queste pietre diventino pane ». Ma Gesù lo respinge perché innanzitutto si preoccupa di ascoltare la Parola di Dio e di lasciarsene nutrire, rifiuta anche la via facile del miracolo applaudito, che è un mettere alla prova Dio, e infine reagisce alla prospettiva del potere terreno come compenso dell’adorazione del demonio, perché solo Dio dev’essere adorato; lui solo dev’essere servito.
Entrambi si basano sulla Scrittura, Satana per tentarlo alla disobbedienza e Gesù per respingerlo, interpretandola come criterio della sua relazione filiale.
Queste tentazioni del deserto sono, come tutta intera la sua esistenza, una continua messa alla prova fin sulla croce, su cui la sua obbedienza al Padre è confermata ed è sconfessata la disobbedienza dei progenitori. Così Gesù manifesta la sua conformità alla volontà salvifica del Padre riconciliando l’umanità disobbediente con la sua obbedienza sulla croce, dove appare spoglio di gloria e di potere: ma è quella la via misteriosa della salvezza del mondo.
In questa Quaresima da Cristo riceviamo la forza di vincere le tentazioni, piccolo e grandi che siano , poiché tutte si risolvono in quelle tre che Gesù ha decisamente superato per sé e per noi, dandocene un esempio..
Il sacro tempo della Quaresima
TEMPO DI QUARESIMA
Le sei settimane di Quaresima preparano alla Pasqua, che è cuore di tutto l’anno liturgico e la sintesi di tutti i misteri della salvezza.
Chi ancora non ha ricevuto i Sacramenti della iniziazione cristiana – il Battesimo, la Cresima, l’Eucaristia – vi si dispone in questo tempo, e li riceverà durante la grande Veglia Pasquale.
Chi invece è già inserito nel mistero di Cristo e della Chiesa trascorre la Quaresima riprendendo i propri impegni e accogliendo una grazia rinnovata.
Questi quaranta giorni sono segnati anzitutto dal ricordo dei quaranta giorni di Gesù nel deserto, dalla sua lotta con il demonio, dalla sua vittoria sul tentatore. Nel deserto Gesù viene nutrito dalla Parola di Dio, e così supera ogni suggestione diabolica, scegliendo decisamente il cammino segnatogli dal Padre: la redenzione mediante l’umiltà della croce. Durante questo tempo, con ascolto più attento e volenteroso, ci accosteremo anche noi alla Parola di Dio, per attingervi la forza di seguire Gesù Cristo sulla sua strada. In particolare questa Parola vivente ci nutrirà nell’Eucaristia, Pane vivo che ci sosterrà lungo il nostro cammino. L’immagine del cammino ci richiama il viaggio del popolo ebraico lungo il deserto, la liberazione e l’uscita di Israele dalla schiavitù. Fu un tempo di miracoli per l’antico popolo di Dio, miracoli che si avverano ancora di più per noi. Su di essi ritorna la nostra meditazione quaresimale: la manna per noi è l’Eucaristia; l’acqua viva dalla roccia è il dono dello Spirito, la luce luminosa che ci guida è Cristo, Verità e Luce, la legge è il Vangelo.
Nei quaranta giorni ripasseremo queste vicende bibliche, non solo per risuscitare il ricordo, ma soprattutto per constatare la loro continuazione e il loro compimento nella Chiesa.
Di fronte alla bontà divina diverrà più acuta la consapevolezza del nostro peccato: più che la fedeltà di Gesù, abbiamo imitato – stiamo imitando – la durezza di cuore dell’antico popolo di Dio.
Considereremo con amarezza quanto la nostra carne è debole, quanto siamo feriti. Ma alla coscienza della nostra condizione di peccatori non seguirà l’avvilimento di chi si dispera; al contrario, si rinnoverà la fiducia in un amore misericordioso che ci attende per il perdono.
La Quaresima è tutto un commosso e riconoscente elogio della bontà di Dio che nel Signore crocifisso chiama a sé l’uomo che ha peccato.
Quaresima, quindi, è tempo di ritorno, e perciò di mutamento dalla tristezza e dal rimorso alla gioia della vita nella grazia.
Così si riprende la grazia del Battesimo e di tutta la nostra iniziazione cristiana: diventeranno attuali per noi gli incontri con Gesù ( come quello con la Samaritana ), rievocati nelle grandi pagine del Vangelo di Giovanni, o i miracoli ( sul cieco nato e su Lazzaro ) riferiti dallo stesso evangelista, e che sono come la prefigurazione e il simbolo dei prodigi avvenuti nel nostro Battesimo.
I sacramenti vanno come rivissuti e così diviene presente la vita del Signore. Preghiera e Penitenza: ecco il programma di questi che potremmo chiamare « esercizi spirituali » di tutta la Chiesa.
Senza una volontà seria la Pasqua si avvicina nel tempo, ma la sua grazia non sarebbe colta. Chi invece si dispone a passare la Quaresima con la Chiesa, sotto la guida della sua liturgia, si accorgerà che qualche cosa di nuovo avviene in lui; che si trasformano i pensieri, si purificano i desideri, migliorano le azioni. Vuol dire che il mistero della Pasqua agisce e che insieme con Cristo l’anima risorge a nuova vita.
Del resto non si tratterà di fare imprese eccezionali e appariscenti. Basta vivere ogni giorno in comunione con la passione di Gesù – da qui l’importanza della Via Crucis in Quaresima - , perché già la sua risurrezione incominci silenziosamente a spuntare nella nostra esistenza.
Mercoledì delle Ceneri
Purificare la vita per amare il Signore e il prossimo.
Con l’imposizione delle Ceneri Incomincia il cammino della Quaresima, che ha per metà la Pasqua, in cui si rinnova la grazia della passione, della morte e della resurrezione del Signore. E’ un tempo di austerità, di penitenza, che vuol dire conversione, cambiamento « contro lo spirito del male»; un tempo di liberazione dal peccato, origine della morte, così che la nostra vita sia « rinnovata a immagine del Signore risorto ».
Il modello della Quaresima è Gesù Cristo nel deserto: la sua decisione nel rigettare le insidie dell’antico tentatore, il suo ascolto fedele della Parola di Dio e, per noi, la preghiera insieme all’elemosina e al digiuno sono l’espressione di questo cambiamento di vita nell’imitare il Signore in questo tempo sacro.
L’esperienza del digiuno non è una attenzione narcisistica di cura dimagrante che la società moderna propone, ma un’imitazione del Signore che nel deserto ha pregato e digiunato e ci ha insegnato a vivere con tutto il nostro essere, spirito e carne, nella ricerca e nell’amore di Dio, nell’avere fame di lui. La vita cristiana senza l’ascesi sarebbe solo fatto ideologico, costellato magari di buone intenzioni, ma senza coinvolgimento dell’intera persona. L’ascesi diventa palestra che vuol farci giungere a conoscere e amare Dio e a vivere, nella carità di Dio, liberandoci dall’egoismo, dal dominio incondizionato delle passioni, dal desiderio di possesso, l’amore al prossimo, per realizzare una comunione di condivisione e di fraternità con tutti coloro che sono nelle necessità spirituali e materiali.
Prima Lettura: Gl 2,12-18.
La quaresima è il tempo della conversione e del perdono. Certo tutti i giorni contengono l’invito e l’impegno per il ritorno al Signore « con tutto il cuore, con digiuni, con pianti ». Così come ogni tempo è ricco della misericordia e della benignità divina. Ma a partire da questo mercoledì , la Parola di Dio che « si muove a compassione » risuonerà più insistente, e anche salirà più fervida a Dio l’orazione, che è gemito e implorazione dei « sacerdoti , ministri del Signore » e di tutta la Chiesa con loro.
Seconda Lettura: 2 Cor 5,20-6,2.
Paolo si considera ambasciatore di Cristo e collaboratore di Dio nel proclamare che è giunto, ed è presente adesso, il tempo della salvezza, cioè della riconciliazione con Dio. E’ la riconciliazione compiuta da Gesù stesso, l’innocente che Dio ha trattato da « peccato in nostro favore, perché in lui noi potessimo diventare giustizia di Dio »: noi riceviamo la grazia della « giustizia di Dio », per i meriti del Signore.
Vangelo: Mt 6,1-6,16-18.
Le nostre opere di carità, le nostre preghiere, la nostra penitenza non devono essere proclamate all’esterno, perché siano ammirate e diventino morivo di lode per noi. Deve invece importare lo sguardo di Dio, che vede nel segreto, e la ricompensa che viene da lui. Diversamente, potremmo anche lavorare e impegnarci molto, ma sarebbe uno sciupio di tempo e di energie. In ogni azione buona, che compiamo non per vanità, ma per amore di Dio, c’è una dimensione di eternità, che non andrà mai perduta.
Il tempo di Quaresima comincia con il Mercoledì delle Ceneri e termina prima della Messa « in Cena Domini » al Giovedì santo.
Le domeniche di questo tempo hanno sempre la precedenza anche sulle feste del Signore e su tutte le solennità. Le solennità che coincidono con queste domeniche si anticipano al sabato.
La sesta domenica, con la quale si comincia la Settimana santa, viene chiamata Domenica delle Palme, della passione del Signore.
Il Mercoledì delle Ceneri e il VENERDI’ SANTO sono giorni di digiuno e astinenza: digiuno per coloro che sono compresi tra i 18 e i 60 anni compiuti, ( si è dispensati per motivi di salute); astinenza dalle carni, per coloro che sono dai 14 in sù ( si è dispensati per motivi di salute). Anche i bambini possono essere abituati ad astenersi dalle carni in questo Tempo di Quaresima.
Tutti i VENERDI’ di Quaresima, si osservi l’astinenza dalle carni.
Si consiglia di meditare nei Venerdì di Quaresima la Passione di Gesù o eventualmente in altri giorni a seconda della propria disponibilità di tempo.
Dio che ci conosce nell'intimo non ci abbandona mai.
2 Marzo – VIII Domenica del Tempo Ordinario.
Dio che ci conosce nell’intimo non ci abbandona mai.
Dio è sempre presente alla nostra vita e ci conosce nei desideri del nostro cuore. Ci accompagna in tutte le vicende della vita, sia nei momenti belli che oscuri. Avere fiducia nel suo amore, rimetterci al suo giudizio di misericordia e pensare che, per quanto ci allontaniamo da lui, il suo amore di Padre ci raggiunge sempre.
Prima di tutto il Regno di Dio.
Gesù ci invita a cercare il Regno di Dio, i suoi valori e nello stesso tempo avere fiducia nella sua Provvidenza, che, come agli uccelli fornisce il cibo e ai fiori dei campi la bellezza, non fa mancare agli uomini il necessario alla loro vita. Cercare il Regno di Dio e la sua giustizia non esclude l’impegno nel lavoro quotidiano per procurarsi il cibo, il vestito, la casa, purché queste cose o le ricchezze non diventino l’unico assillo dei nostri giorni, tanto da asservirsi ad esse e dimenticare il nostro rapporto con il Padre celeste. Dice infatti il Signore: “ Nessuno può servire a due padroni, perché o odierà l’uno e amerà l’altro, oppure si affezionerà all’uno e disprezzerà l’altro …Non potete servire a Dio e la ricchezza ”.
La ricchezza, con la grande attrattiva che esercita su di noi, ha la capacità di abbindolare il cuore, la mente e ogni energia della nostra vita: si propone come idolo, che ci asserve e possiede e non offre che una effimera sicurezza
Le sollecitazioni della vita ci spingono verso una esistenza frantumata nelle sue energie, interessi e nel nostro agire: con molta difficoltà la nostra ricerca spirituale trova un centro di unificazione tra aspetti terreni e materiali e interessi spirituali.
Gesù dicendoci ancora: « Non preoccupatevi … la vita non vale forse più del cibo e il corpo più del vestito ? » (Mt 6,25) non intende legittimare la pigrizia, ma vuole rassicurarci che, se ricerchiamo anche e soprattutto il Regno di Dio, il Padre celeste, che ci ha fatto dono della vita e del corpo, sarà sollecito nel donare, nella sua provvidenza, energie e impegno per procurarci il necessario.
In tale atteggiamento paterno di Dio verso di noi dobbiamo porre il centro della nostra esistenza, per cui in relazione a lui, al suo Regno, tutto assume un significato e un valore nuovo, vissuto nella prospettiva di un amore filiale verso il Padre. Tutto ciò che di bello e di buono c’è nel mondo ( cose, attività, relazioni, ecc) sarà allora illuminato da una nuova luce e da nulla saremo manipolati e posseduti. Confidando, ancorati, nella paternità di Dio nulla ci creerà ansia, affanno, ma tutto, nel nostro intimo, sarà pervaso dalla sua presenza rassicurante, perché la sua Provvidenza non abbandona la sua creatura mantenendola nella sua esistenza.
Pur tuttavia noi, nella nostra concretezza storica, rimaniamo responsabili della nostra vita, perché Dio donandoci la libertà ha voluto responsabilizzarci e ci ha fornito nell’intimo i valori del Regno (giustizia, uguaglianza, equità, fraternità, carità, ecc.) che motivano le nostre azioni di uomini, di fratelli e di figli di Dio.
Anche oggi siamo chiamati ad essere « commensali di Dio in questo mondo ». Capissimo in profondità la grazia dell’Eucaristia, comprenderemmo che l’amore di Dio per noi, la sua provvidenza e misericordia, è stata e continua ad essere immensa. Nell’Eucaristia riceviamo non un simbolo ma la verità del Corpo e Sangue del Figlio di Dio. Certo questo convito è solo un inizio di comunione con Dio. Siamo nell’attesa e nella speranza della « perfetta comunione nella vita eterna », ma ne è già un pegno sicuro. E’ questa commensalità, questa «alleanza nuova ed eterna », che dona alla Chiesa di dedicarsi « con serena fiducia » al servizio di Dio. L’Eucaristia ci impegna a far sì – come diciamo nella colletta - « che il corso degli eventi del mondo si svolga secondo la volontà di Dio nella giustizia e nella pace ». In essa troviamo la forza della giustizia, che domina l’avidità e l’egoismo, e della pace, che vince ogni presunzione e cattiveria.
Prima Lettura: Is 49, 14-15.
Capita di tutto nel mondo: persino che una madre snaturata dimentichi il suo bambino. Non avverrà invece mai che Dio si dimentichi dell’uomo, che è la sua creatura prediletta. Ci viene talora sulla labbra l’amara, e insensata , considerazione: Dio si è dimenticato di me, perché mi manda troppe tribolazioni. E’ semplicemente assurdo: « Io non ti dimenticherò mai », dice il Signore.
E’ la certezza più gioiosa che possiamo avere. Il nostro prossimo non di rado ci trascura, dopo tante promesse; Dio non ci trascura mai. Il segreto della pace interiore e di tutta la vita spirituale sta nella convinzione incrollabile che Dio non si dimentica di noi, che ci è vicino, anche se non lo sentiamo, e che ci ama come Dio sa amare, e quindi immensamente.
Seconda Lettura : 1 Cor 4,1-5.
Chi sono i vescovi, i sacerdoti, quelli che esercitano un ministero nella Chiesa? Sono dei « Servi di Cristo », appunto dei « ministri »; sono «dispensatori dei misteri di Dio », risponde Paolo. Per fare questo occorre che siano fedeli, che trasmettano quanto hanno ricevuto.
Noi non ci dobbiamo fermare a loro ma, tramite il loro servizio, unirci a Gesù, che unicamente conta e che è il Signore. Talora ci fermiamo al ministro e dimentichiamo lui, che solo non ha difetti: gli altri hanno tutti una perfezione assai limitata. Neppure c’è da stupirsi che possano incorrere in colpe.
In ogni modo, è ancora Paolo che lo dice, il giudizio è dato da Gesù Cristo, che rende manifeste le intenzioni segrete dei cuori. L’Apostolo dice: « Mio giudice è il Signore!». Lo dobbiamo tenere a mente anche noi , così proclivi a giudicare, o a essere in ansia per i giudizi umani che ci toccano. Non ce ne dobbiamo inquietare più di tanto, assai poco.
Vangelo : Mt 6, 24-34.
La ricchezza, che Gesù paragona a un padrone, non può essere servita da chi intende amare Dio. Il denaro è facile che leghi il cuore, che rappresenti l’unica preoccupazione. Cristo mette in guardia dall’affanno opprimente per il domani, quasi che l’avere da mangiare e da vestirsi sia l’unica cosa che conta, e quasi che Dio sia indifferente alle necessità degli uomini.
Siamo esortati ad avere fiducia nella provvidenza: il che non significa pigrizia, o sfruttamento degli altri: sarebbe un tentare Dio. Quante volte si trascorre un’intera vita in questo affanno, si dimentica l’amore di Dio e anche quello del prossimo, e ci si ritrova alla fine con le mani vuote di opere buone, se pure non anche con la privazione di quei beni per l’accumulo dei quali soltanto ci siamo affannati.
Il Vangelo di oggi ci spinge a ricercare la pacificazione interiore in noi stessi con le realtà terrene, necessarie alla esistenza nostra e a quella degli uomini, ad avere sollecitudine e responsabilità per il mondo.
La giustizia di Dio e l'amore al prossimo.
23 Febbraio - VII Domenica del Tempo Ordinario.
La giustizia di Dio e l’amore al prossimo.
La Domenica è il giorno dell’ascolto della Parola di Dio. L’ascolto avviene durante la liturgia che la proclama, e alla quale dobbiamo essere presenti puntuali e attenti. Ma questo non basta. Occorre l’attenzione interiore alla voce dello Spirito, che risuona tramite la lettura sacra. Non è sufficiente conoscere la Bibbia dall’esterno; occorre trovare in essa « ciò che è conforme alla volontà di Dio », cioè il suo disegno su di noi, e poi attuarlo « nelle parole e nelle opere ». Gesù stesso ci è modello.
Essere discepoli di Gesù significa, prima che osservare i precetti, seguirlo, divenendo capaci come lui di saper perdonare anche ai propri nemici e di considerare fratelli da amare tutti coloro che incontriamo nel nostro cammino. La nostra vita non può prescindere dal realizzare l’amore al nostro prossimo come quello che dobbiamo avere per noi. Un appello concreto che ci interpella ogni giorno.
Ci potremmo chiedere: « Ma Gesù ha sempre realizzato quello che ha insegnato? ». Certo è che quando veniva schiaffeggiato e percosso il Vangelo di Matteo non ci riferisce alcuna reazione. In Giovanni è scritto che Gesù non reagisce alla violenza con la violenza, ma solo chiede ragione del perché viene schiaffeggiato e percosso.
Davanti alla “ legge del taglione ” che, secondo il codice di Hammurabi, recepito dal V.T., consentiva, per limitare l’istinto di vendetta moderandolo, all’offeso di poter applicare un principio di reciprocità come rivalsa per l’offesa, così da applicare una pena proporzionata alla colpa, Gesù richiede un atteggiamento ulteriore con il suo « Ma io vi dico …». Egli indica la via della non violenza e della non resistenza ai malvagi, non per coprire le cattiverie altrui, ma per rendere consapevole il malvagio del suo errore e invogliarlo ad un percorso di conversione e di riconciliazione.
La specificità, allora, della vita cristiana, rispetto alla logica del mondo e alla prassi del taglione, è l’amore anche per i propri nemici. Gesù non abolisce la Torah, ma la interpreta ponendo il comandamento dell’amore come principio di comprensione e di completamento di essa. L’amore illimitato e incondizionato deve diventare prassi della vita dei suoi discepoli, così come agisce il Padre celeste, che « fa sorgere il sole sui cattivi e sui buoni e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti ».
L’ « Amerai il prossimo come te stesso », Gesù lo pone alla stregua dell’amore a Dio e a se stessi, come dice al giovane ricco. Come anche l’« odierai il tuo nemico », che non è testo biblico, ma interpretazione tradizionale, Gesù intende correggerlo e purificarlo. Il giudaismo però si chiedeva, come fece lo scriba con Gesù, chi bisognava considerare come prossimo e Gesù, con la parabola del buon Samaritano, chiarisce chi deve essere considerato come prossimo, anche il proprio nemico. Nel discorso della montagna, d’altra parte, Gesù aveva già incluso nella categoria di prossimo, anche il nemico.
Spesso ci chiediamo: “ Come possiamo amare colui che pone delle ostilità nei nostri confronti? ”. L’amore che, contrariamente a quanto si ritiene, è cosa naturale se amiamo quelli che ci amano, se lo intendiamo come fa Gesù, non è naturale. Esso deve essere innanzitutto frutto di autoeducazione e richiede, come prima cosa, un processo di conversione intellettuale, per cui non bisogna rappresentarsi come nemico colui che ci è ostile o avversario fin che non pone gesti oggettivi di inimicizia ; poi bisogna far seguire la conversione spirituale, che è una scelta fondamentale per il cristiano radicata sulla misericordia di Dio, poiché, essendo tutti peccatori, siamo nemici di Dio e, come Dio ci ha perdonato, dobbiamo fare anche noi con i nostri debitori. Dall’esperienza dell’amore di Dio per noi, donatoci gratuitamente, dobbiamo imparare a vivere le nostre relazioni con i fratelli e con ogni uomo. Ancora.
Da Gesù, che ci esorta a « pregare per quelli chi ci perseguitano », impariamo a vedere con gli occhi di Dio coloro che ci perseguitano, andando così oltre le situazioni di conflitto e realizzando nella nostra prassi la misericordia divina, per cui imitiamo il Padre celeste se vogliamo essere perfetti come è lui. Questo è il di più che Gesù ci chiede se vogliamo essere figli di Dio, operatori di pace, e suoi discepoli .
Nella seconda preghiera eucaristica proclamiamo: « per compiere la tua volontà (Padre santo) egli stese le braccia sulla croce ». L’Eucaristia ci riporta questo atto di obbedienza di Gesù, perché a nostra volta lo abbiamo a continuare. Nel Figlio, « spogliato e umiliato sulla croce », Dio ha rivelato « la forza dell’amore »: lì impariamo che cosa vuol dire amare Dio facendo la sua volontà e che cos’è « l’amore gratuito e universale». L’amore divino, gratuito ed esteso a tutti, assunto da noi come modalità delle nostre relazioni d’amore verso amici e nemici, vicini e lontani, anche se non potrà mai raggiungere l’intensità divina, sarà nella stessa logica rivelata nella croce del Signore.
Se questi non avviene la Parola risuona invano: la voce dello Spirito si ferma sulla soglia della nostra vita fin che non entra a rinnovare le nostre scelte. E facciamo attenzione che la voce dello Spirito richiede silenzio interiore, raccoglimento, orazione, contro il rischio di parlare troppo noi. Dio non è mai chiassoso.
Prima Lettura : Is 19, 1-2.17-18.
Dio è santo, e quindi devono essere santi quanti appartengono al suo popolo. Ma osserva: un segno che prova la santità è l’amore verso i fratelli. « Non coverai nel tuo cuore odio »; « non serberai rancore »; « amerai il tuo prossimo come te stesso ». Sono già principi evangelici, norme di comportamento per il cristiano. Ma sappiamo che non sono facili da mettere in pratica. L’Eucaristia ce ne dà la forza , perché in essa è presente la carità di Cristo per tutti gli uomini.
Seconda Lettura : 1 Cor 3,16-23.
Due pensieri di Paolo: primo, siamo tempio di Dio, il suo Spirito abita in noi. Il peccato è una profanazione del tempio vivente che siamo noi. Secondo, non dobbiamo vantarci della nostra sapienza, ma riporre in Dio tutti i motivi del nostro vanto. A Dio appartiene tutto, e lui solo dobbiamo servire. Non gli deve essere preferita nessuna persona e nessuna cosa. Così come nulla deve intralciare il nostro rapporto con lui. Noi apparteniamo a Cristo e Cristo appartiene a Dio. Su questo si fonda la nostra libertà. Siamo solo servi di Dio.
Vangelo : Mt 5,38-48.
E’ esigente il Vangelo in fatto di amore per il prossimo. Lo era già l’Antico Testamento, come abbiamo visto nella prima lettura. Ma Gesù dice che persino i nemici vanno amati e che questo amore è il segno che distingue i suoi discepoli. Si tratta di imitare il Padre celeste, che dimostra la sua benevolenza verso i giusti e verso gli ingiusti. Senza spirito di remissività, che sa passare sopra a tante cose, che non ragiona in termini di puntigliosa giustizia, è impossibile avere la carità come è richiesta dal Signore.
E invece tante volte un inflessibile rigore, che non tollera e non lascia passare nulla, ci rende infedeli alle parole evangeliche.
Scegliere Dio con libertà.
16 Febbraio – VI Domenica del Tempo Ordinario.
Scegliere Dio con libertà.
Dio, dotando l’uomo della libertà, lo ha reso responsabile delle sue scelte e delle sue azioni. Per Gesù la giustizia che egli è venuto ad indicare parte dal cuore, che è la sede dei pensieri e delle decisioni. La liturgia oggi ci invita a vivere con libertà responsabile la nostra adesione al progetto di Dio, come scelta d’amore e non per imposizione.
Dio ha posto l’uomo di fronte al bene e al male, lasciandolo libero di inclinare il proprio volere. Queste due realtà sono, come le paragona il Siracide, « il fuoco e l’acqua, verso quale tu protendi la tua mano? ». Se pensiamo ottimisticamente all’uomo dovrebbe scegliere l’acqua, ma basta per l’uomo conoscere il bene perché lo persegua? Certo, spesso, pur vedendo il bene da fare, l’uomo si rivolge al male che magari detesta. Nelle impenetrabili oscurità dell’animo umano, la libertà è un abisso, perché sceglie, a volte, di fare il male pur sapendo che è male, e lo si vuole in quanto tale. Se si considera il Vangelo come codice di norme e consideriamo che Gesù non si riferisce solo agli atti ma anche alle intenzioni e ai segreti del cuore, allora la situazione delle scelte dell’uomo diventa disperante. Se prendiamo le sue parole nella loro drasticità e alla lettera, nessuno può ritenersi giusto secondo il volere di Dio.
Gesù, chiedendo una giustizia superiore a quella formalistica degli scribi e dei farisei, esige un’adesione interiore alla legge, che affascina e che tutti vorremmo avere, ma che nessuno può vantare, perché la legge imputa il peccato, la grazia data da Dio in Cristo rende possibile la santità.
Nella Chiesa inabita Dio. Egli è presente in particolare nell'assemblea raccolta a fare la memoria della Pasqua, dove lo Spirito ci dona il Corpo e il Sangue di Cristo. Ma noi saremmo estranei a questa presenza divina, se non amassimo il Signore.
Ognuno di noi è un tempio dove Dio dimora nella misura in cui con « cuore retto e sincero » custodisce la Parola di Dio ed è fedele alla sua volontà: « O Dio, che hai promesso di essere presente in coloro che ti amano », chiediamo nella colletta. Bisogna però che la « dimora » divina divenga « stabile », sottratta alle nostre volubilità e incertezze.
Un segno infallibile che amiamo Dio e che la sua presenza è efficace in noi è la carità, « pienezza della legge », quindi l’accoglienza di Cristo nei fratelli che soffrono, che sono poveri e oppressi, ai quali va l’offerta della nostra misericordia. Così diventiamo il « segno dell’umanità rinnovata ».
Prima Lettura: Sir 15,15-20.
L’uomo non è come l’animale privo della libertà e mosso da puri istinti. Dio lo ha dotato della capacità di scegliere, così da essere responsabile delle proprie azioni. Purtroppo, può anche fare il male, usando in modo sbagliato della preziosa facoltà che lo distingue.
La grazia di Cristo, il dono dello Spirito, aiutano la nostra libertà a scegliere il bene. Ogni scelta sbagliata, a dispetto di quanto può apparire a prima vista, non esalta la nostra libertà, ma la indebolisce e la paralizza.
Spesse volte facciamo ricadere sugli altri – la società, l’ambiente, le situazioni – i nostri gesti: è perché vogliamo sfuggire la nostra responsabilità. e anche perché l’opzione del bene costa assai.
Seconda Lettura: 1 Cor 2,6-10.
Gesù, Sapienza di Dio, è stato messo in croce: la superbia dell’uomo non ha saputo riconoscere in lui la condiscendenza divina. Per conoscere Dio occorre essere conformi al suo stile, che è antitetico rispetto a quello dell’uomo. Comprendere la croce di Cristo significa crescere nella maturità di lui. La sapienza della croce non può essere solo intellettiva, teorica ma anche pratica: accogliere il suo messaggio significa che la salvezza viene solo dalla croce di Cristo, la sola di cui gloriarsi. Il segreto scoperto dai santi, che hanno imitato Cristo, è appunto l’ obbedienza al Padre, l’umiltà e così, lasciandosi trasportare dall’azione dello Spirito, sono passati da un’etica da schiavi, a quella di figli, come nuova relazione liberante con Dio. Ed è per loro che Dio ha riservato un premio, che nessun discorso saprebbe descrivere e nessuna rappresentazione terrena immaginare, tanto è di là da qualsiasi esperienza di quaggiù.
Solo lo Spirito Santo fa intuire quanto Dio ha preparato per quelli che lo amano: si tratta quindi di amare Dio.
Vangelo: Mt 5,17-37.
Gesù, introducendo il suo discorso con l’affermazione che non è venuto « ad abolire la Legge o i Profeti…ma a dare compimento », vuole dirci che la sua venuta fra gli uomini è per la loro salvezza, la quale non si realizza abolendo la Scrittura. Nelle antitesi che il Vangelo di oggi pone non c’è contraddizione nella formula « avete inteso che fu detto…ma io vi dico ». In questa seconda parte viene specificato meglio e completato quanto viene detto nella prima. Gli insegnamenti di Gesù scendono ancora più in profondità rispetto agli insegnamenti della Torah. Egli viene a dare pieno compimento alla Scrittura perché ne realizza le promesse, ne fonda la comprensione interpretandola correttamente rispetto alle interpretazioni farisaiche, la riconduce all’unico principio interpretativo, quello dell’amore a Dio e ai fratelli e ne svela le sue intenzioni più profonde. Gesù riconduce la Legge alla sua radice, al cuore dell’uomo, da dove escono pensieri, intenzioni, determinazioni e scelte.
Il Vangelo, ponendo condizioni quasi impossibili a praticarsi, ma pur necessarie per entrare nel ragno dei cieli, sembra essere più di condanna che di speranza. Ma Gesù, invitando alla conversione profonda del cuore, dice che il Regno, presente ormai per il suo irrompere nella storia con la sua presenza, è un dono da accogliere, non una conquista da parte dell’uomo
Non basta, allora, osservare la legge di Dio esteriormente: bisogna aderirvi dall’intimo del cuore e sorvegliare anche i sentimenti più segreti. Così nei rapporti con il prossimo, così nella vita coniugale. Si può uccidere il fratello con l’odio coltivato nell’animo, così come si può essere adulteri con il desiderio. Prima che l’offerta all’altare importa un cuore rappacificato, che ha concesso il perdono; così come importa la benevolenza che sa essere generosa. Gesù poi non ammette il divorzio, come gli importa che si dica sempre la verità, più che la fedeltà ai giuramenti. In tal modo il Vangelo non abolisce ma porta a compimento la legge di Mosè. A tale profondità deve scendere lo scandaglio della nostra anima,e fino a tali esigenze dobbiamo rispondere.
In conclusione, come dice il Siracide, se « l’uomo osserva i comandamenti » con spirito nuovo, nella libertà e responsabilità, animato dallo Spirito del Signore, in quanto figlio della risurrezione, « essi lo custodiranno », perché diventano via alla perfezione e, con la grazia di Cristo, possono essere vissuti in pienezza, non come obbligo ma come risposta all’amore a Dio.





